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Open Arms, i pm: «Il no di Salvini allo sbarco fu un vero e proprio reato, non un atto politico»

L'accusa dei magistrati di Palermo contro l'ex ministro dell'Interno: fu sequestro di persona
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Il no allo sbarco imposto alla Open Arms dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini non fu un atto politico, ma «un vero e proprio reato ministeriale». Sono queste le conclusioni del Tribunale dei ministri di Palermo, che hanno inviato alla giunta per le autorizzazioni del Senato 114 pagine, con le quali argomentano le ragioni alla base della richiesta  di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, accusato di plurimo sequestro di persona. Un reato, si legge nelle carte dei magistrati di Palermo, aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale con abuso dei poteri inerenti le sue funzioni ed anche in danno di minori.

L’episodio riguarda il rifiuto di ingresso in acque territoriali imposto ai 107 migranti giunti in prossimità di Lampedusa a bordo della ong “Open Arms”, nella notte tra il 14 e il 15 agosto scorso, violando convenzioni internazionali e norme interne in materia di soccorso in mare e di tutela dei diritti umani. In particolari, Salvini avrebbe violato, tra le altre, la convenzione di Amburgo sulla ricerca ed il soccorso in mare, la convenzione Unclos e la Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e abusando dei propri poteri ometteva, «senza giustificato motivo, di esitare positivamente le richieste di Pos inoltrate al suo ufficio il 14, 15 e 16 agosto, provocando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale dei predetti migranti, costringendoli a rimanere a bordo della nave per un tempo giuridicamente apprezzabile, precisamente dalla notte tra il 14 ed il 15 agosto sino al 18 agosto 2019, quanto ai soggetti minorenni e per tutti gli altri sino al 20 agosto 2019, data in cui, per effetto dell’intervenuto sequestro preventivo della nave, disposto dalla procura della Repubblica di Agrigento, venivano evacuate tutte le persone a bordo».

Secondo i pm, la mancata indicazione del Pos rappresenterebbe «una determinazione volontaria e pienamente consapevole del ministro», che pur essendo tenuto per legge ad indicare alla nave un porto sicuro, si è rifiutato, «senza che sia neppure ipotizzabile una sua riconducibilità a negligenza o disattenzione». Tale gesto rappresenterebbe, dunque, «una volontaria ed intenzionale riaffermazione della linea già delineata dal ministro dell’Interno, a fronte dell’ingresso di migranti nelle acque territoriali italiane a bordo di natanti di organizzazioni non governative». Salvini sarebbe stato dunque pienamente consapevole di come il proprio rifiuto di concedere alla Open Arms un Pos sulle coste italiane «incidesse, comprimendoli, sugli interessi e i diritti fondamentali delle persone soccorse». Ciò anche alla luce della consapevolezza, accertata dagli atti prodotti dallo stesso ministero, che «all’origine della intera vicenda vi fossero episodi di soccorso in mare di persone in situazione di difficoltà, tanto che lo stesso decreto interministeriale del primo agosto 2019 assume tale dato di fatto tra le sue premesse, affermando che si era avuto un soccorso di natante “in distress”».

Inoltre, la presenza a bordo di minori, di soggetti che intendevano avanzare richiesta di asilo e, più in generale, il progressivo peggioramento delle condizioni psicofisiche delle persone trasportate «erano circostanze puntualmente portate, in tempo reale, a conoscenza del ministro». Nessuno spazio, dunque, «per ipotizzare una carenza di volontarietà della condotta»: le normativa in materia era, infatti, «indiscutibilmente nota» al ministro dell’Interno che, però, ha «esplicitamente inteso considerarla in posizione secondaria rispetto alla potestà di operare un controllo delle frontiere effettivo, utilizzando tale forzatura per indurre le autorità dell’Unione europea a cooperare più efficacemente alla redistribuzione dei migranti in tutti i Paesi dell’Unione». Leggi, afferma l’atto del tribunale dei ministri, che non potevano «essere disattesi o violati in funzione del perseguimento della spiegata linea di indirizzo politico».

 

La corrispondenza con Conte
Dagli atti emerge anche la fitta corrispondenza tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Salvini tra il 14 e il 17 agosto 2019, mentre la nave aspettava l’assegnazione di un porto di sbarco. Il 15 agosto, il ministro Salvini sottoscriveva una nota di risposta ad una nota del giorno precedente a firma del premier Conte, con cui lo si era invitato «ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull’imbarcazione». Salvini replicava però che i minori erano da ritenere soggetti alla giurisdizione dello Stato di bandiera anche con riferimento alla tutela dei loro diritti umani, aggiungendo, inoltre, Che, inoltre, non vi erano evidenze per escludere che gli stessi viaggiassero accompagnati da adulti che ne avevano la responsabilità, comunque ricadente sul comandante della nave. Il 16 agosto, Conte replicava ribadendo con forza la necessità di autorizzare lo sbarco dei minori a bordo, anche alla luce della presenza della nave al limite delle acque territoriali (in effetti vi aveva già fatto ingresso) e potendo, dunque, configurare l’eventuale rifiuto un’ipotesi di illegittimo respingimento – si legge – aggiungeva di aver già ricevuto conferma dalla Commissione europea della disponibilità di una pluralità di Stati a condividere gli oneri dell’ospitalità dei migranti della Open Arms. Invito al quale Salvini aveva replicato il 17 agosto, «assicurando che, nonostante non condividesse la lettura della normativa proposta dal Presidente Conte, suo malgrado avrebbe dato disposizioni tali da non frapporre ostacoli allo sbarco dei “presunti” minori a bordo della Open Arms, provvedimento che definiva, comunque, come di “esclusiva determinazione” del Presidente del Consiglio», si legge nella richiesta. A seguito di un’ispezione, i migranti a bordo vennero trovati in una «situazione di grande disagio, fisico e psichico, di profonda prostrazione psicologica e di altissima tensione emozionale che avrebbe potuto provocare reazioni difficilmente controllabili, delle quali, peraltro, i diversi tentativi di raggiungere a nuoto l’isola costituivano solo un preludio».

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