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Lavoro, parrocchie, partiti mille tramonti e l’oro di Bezos

“Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon” il lungo viaggio in italia dello storico Miguel Gotor.L’inutile vertice sul Britannia di banchieri e manager per invertire l’avvitarsi del debito pubblico. E ora il trionfo della distribuzione sulla produzione
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La disfatta di Adua, nel corso della guerra di Abissinia, non fu soltanto una umiliante sconfitta militare ( 6000 soldati italiani uccisi dall’esercito di Menelik). Essa segnò la fine della politica imperialista di Francesco Crispi in Africa e la caduta del suo governo, in carica dal 1893. Parte da questa data, 1° marzo 1896, ” L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon”, volume denso e originale, ultima fatica dello storico Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’Università di Torino ed ex senatore dal 2013 al 2018.

Una storia dell’Italia osservata e indagata nei suoi aspetti politici, sociali, culturali, di costume. Con l’occhio distaccato del ricercatore che assembla date, avvenimenti, circostanze e coincidenze con la febbrile ottica, quasi un’ossessione per lo studioso, di offrire quanto più materiale possibile al lettore. Ma anche con la passione di chi si nutre di una visione, di un proprio punto di vista, di convincimenti che vengono portati evitando, nei limiti del possibile, di restare prigioniero di un taglio ideologico che mortificherebbe oltremodo la natura della ricerca.

Antico e mai superato dilemma per lo storico quello di conciliare le proprie idee con la narrazione oggettiva degli accadimenti. Vale per chi scrive di storia come per il romanziere, per il giornalista, per chiunque si affanni a trovare una motivazione plausibile agli avvenimenti che si affastellano.

Miguel Gotor ripercorre il Novecento italiano fino ai giorni nostri con uno stile sobrio e accattivante al tempo stesso, senza fronzoli. Guarda la storia attraverso il susseguirsi dei fatti, e la analizza nei suoi risvolti sociali e culturali. Anzi, se cerca una chiave di lettura dei cambiamenti che segnano le epoche indagate e dei personaggi politici che ne sono protagonisti, la trova scrutando nelle parole e nei sentimenti che agitano canzoni, film, refrain popolari. La cultura popolare, ad ogni tornante della storia, fotografa la condizione in cui versa l’Italia in quel dato momento. La stratificazione storica si intreccia con i mutamenti antropologici e di costume in una società che evolve verso la modernizzazione, portandosi dietro contraddizioni e umori, passioni e rancori, riforme incompiute e pastoie burocratiche, limiti politici insieme a sussulti reattivi, in un quadro solo a tratti edificante.

Così, lo storico passa in rassegna il regicidio di Umberto I e la svolta liberale, l’epoca giolittiana e la nascita del nazionalismo con il pullulare di riviste come “Il marzocco”, “Il regno”, “Leonardo”, “Hermes”, “La voce”, “Lacerba”. Riviste nate intorno a carismatiche figure di intellettuali del calibro di Enrico Corradini, Gabriele D’Annunzio, Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini. Giovani ambiziosi, accomunanti dal gusto per la polemica graffiante e dalla comune voglia di opporsi al decadimento del tempo, una sorta di “avanguardia” intellettuale e nazionale “contro il conformismo imperante della società liberale e le palingenesi rivoluzionarie promesse dai socialisti”.

Ancora: la Grande Guerra, il Fascismo, Le Centomila gavette di ghiaccio, epopea di dolore e di morte dei nostri alpini della “Julia” sul fronte russo, raccontata dall’ufficiale medico Giulio Bedeschi, il colpo di Stato del 25 luglio e il tradimento dell’” inglese” Grandi, piazzale Loreto, il “gran sole” di Hiroshima. E poi, il lungo dopoguerra, De Gasperi, Togliatti e la svolta di Salerno. E a seguire: la Repubblica dei partiti, il centrismo, prima, il centrosinistra, poi. Il miracolo economico e la Fiat di Valletta, il film Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti che “metteva in scena la realtà dell’emigrazione meridionale al Nord, sullo sfondo delle tensioni e dei contrasti di un Paese in profondo cambiamento” e La dolce vita di Federico Fellini, “uno straordinario affresco onirico di una Roma cinica e gaudente, in cui le luci della ribalta e gli scatti dei paparazzi non riuscivano a nascondere l’incombente sfacelo della città”.

Eloquenti le pagine del libro dedicate alla “scossa” del Sessantotto e alla svolta sovversiva del 1974. Qui Miguel Gotor ripropone, ampliandone il contenuto e l’analisi, i suoi studi sul terrorismo e la vicenda di Aldo Moro, cui ha dedicato anni di ricerca e testi fondamentali. La ricostruzione del filo rosso che lega i primi movimenti giovanili di contestazione studentesca che assunsero carattere internazionale, dagli Stati Uniti al Messico, all’Europa, soprattutto in Francia, Germania e Italia, fino alla strategia della tensione degli anni settanta e al terrorismo delle Brigate Rosse, offre al lettore pagine intense e una narrazione degli avvenimenti che lascia ancor oggi molte zone d’ombra e spiegazioni né scontate né esaurienti.

Come pure la lotta alla Mafia e l’intreccio, mai del tutto chiarito, tra mafia e politica, con i feroci attentati ai giudici Falcone e Borsellino, la gestione dei pentiti, il processo ad Andreotti, l’ascesa e la caduta di Craxi, Mani Pulite, la fine della Guerra fredda tra i due blocchi che avevano fino allora governato il mondo.

“In questi anni di transito tra la fine della decade degli Ottanta e l’inizio dei Novanta, incentrati intorno all’imprevedibile 1989 – sottolinea Gotor – terminò anche un decennio in cui, tra lacerazioni e contrasti, era avanzata una difficile modernizzazione della società e dei costumi nazionali, in controtendenza rispetto alla progressiva sclerosi della vita politica dei partiti. In quello spazio immaginario tra la crisi dei partiti come agenzie di formazione di uno spirito pubblico e i cambiamenti della società, in cui stavano perdendo la loro presa luoghi di intermediazione e di aggregazione come le parrocchie, i sindacati e le associazioni, sostituiti dai primi grandi centri commerciali, era avanzato un nuovo spirito secolarizzato e sfuggente, che aveva una cifra libertaria di tipo individualista, ma anche un tratto psicologico di solitudine e di smarrimento”.

Nell’incedere della nuova epoca e del clima che ne connotava i ritmi, il 2 giugno 1992, si faceva spazio, al largo delle coste di Civitavecchia, il panfilo della regina Elisabetta II. Portava con sé un equipaggio speciale. A bordo della nave Britannia salirono, ospiti di una associazione finanziaria inglese esperta in investimenti, fusioni e acquisizioni, i vertici delle principali banche italiane, i manager pubblici e privati dell’Eni, dell’Iri, dell’Ina, dell’Efim, dell’Agip, della Snam, il direttore generale di Confindustria Innocenzo Cipolletta, il direttore generale del Tesoro Mario Draghi, una selezionata rosa del mondo politico, economico e accademico.

Mentre a terra si festeggiava la festa della Repubblica, al largo dell’Argentario gli ospiti britannici prospettavano agli invitati la necessità di diminuire il peso dell’industria pubblica, l’utilità di realizzare un piano di privatizzazioni e liberalizzazioni così da recuperare risorse per ridurre il debito pubblico italiano e per adeguare l’economia del Paese ai nuovi assetti dei mercati internazionali definiti dopo la fine del mondo bipolare. “Il ridimensionamento dell’intervento pubblico in economia – annota lo storico – passava inevitabilmente attraverso l’affossamento del sistema dei partiti”. Un vincolo esterno tornava a condizionare l’Italia nei suoi rapporti con il processo di costruzione europea.

Di lì a poco, le conseguenze si sarebbero mostrate in tutta la loro portata. Tramontata la Repubblica dei partiti ( 1945- 94) sotto i colpi secchi della storia, stava sorgendo la “Repubblica dell’antipolitica” che avrebbe accompagnato la vicenda italiana per i venticinque anni successivi e oltre, “giungendo a illuminare, con i suoi chiaroscuri, la tremula e incerta ombra del tempo presente, quello della cronaca”.

Nell’epilogo del lungo viaggio attraverso il Novecento italiano, Miguel Gotor, getta lo sguardo sulla straordinaria impresa di Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, l’ideatore della piattaforma di commercio online Amazon. La profezia di Bezos, ammette lo storico, si è avverata su scala globale spostando il cuore del lavoro come valore dalla produzione alla distribuzione, con lo scopo di realizzare ingenti profitti facendo pagare poco al maggior numero di persone possibile.

Sorge spontanea la domanda: esiste un nesso tra l’affermazione di questi processi sul piano economico, che interrogano l’identità e il valore del lavoro, e gli affanni che ovunque stanno vivendo la democrazia rappresentativa e i cosiddetti corpi intermedi? La risposta è affermativa. Anche perché alla fine della catena di questa storia di commercio e di fatica si trova il magazziniere di Amazon, il cittadino, l’elettore, il padre di famiglia. Soggetti condizionati. Sottomessi. Ripiegati in un imbuto politico, economico, sociale, civile. E’ lecito sperare per l’Italia, la Bella Addormentata nello stagno di oggi, in un prossimo inaspettato risveglio? Sì, forse.

 

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