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Nel lessico salviniano la forma è sostanza: se parli come mangi il pensiero conta meno

Il leader che si fa popolo ma non spiega le scelte politiche vive di adesioni acritiche: «non lo so ma mi fido del mio capitano»
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E’possibile che a Matteo Salvini risulti difficile confrontarsi su più argomenti. Ne deriva che ha bisogno di concentrare la sua azione solo su un punto per volta. Per meglio dire, un nemico per volta: da attaccare con una forma coincidente con la sostanza. Prima i meridionali, poi i migranti, poi gli spacciatori ( con le due ultime categorie intercambiabili, mentre la prima è stata graziata da quando serve come «voto utile» ).

Di questo format, il Capitano leghista ha fatto un must che finirà col diventare oggetto di studio a Scienze politiche, e che – dopo le elezioni in Emilia Romagna e Calabria – sarà replicato nelle prossime in Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia, oltre che in un migliaio di comuni, fra cui tre capoluoghi di regione ( Aosta, Trento, Venezia), e 14 di provincia ( Enna, Agrigento, Reggio Calabria, Crotone, Nuoro, Matera, Trani, Andria, Chieti, Fermo, Macerata, Arezzo, Mantova, Lecco). La coincidenza fra forma e sostanza nel concetto della politica di stampo salviniano è ben riconoscibile nell’episodio del citofono, laddove il leader leghista ha messo in atto una rappresentazione peggiore di quella del Papeete, perché se un ex ministro nonché aspirante premier agisce così, i suoi elettori potrebbero sentirsi autorizzati ad avere poche o scarse verso gli avversari di turno.

Se su quella spiaggia, da vice premier e ministro dell’Interno, si esibiva a torso nudo chiedendo inquietanti “pieni poteri”, davanti a quel portone, e con un abbigliamento da grande magazzino ma da aspirante premier ( perché «io sono come voi» ), reclamava in buona sostanza un voto su di sé. Trasformando le elezioni regionali emiliane e calabresi in un test nazionale, chiedeva un plebiscito ( in terra rossa) che gli consentisse poi di «suonare al citofono di Giuseppi Conti», dimentico probabilmente che in Italia i referendum ad personam finiscono male.

In entrambi gli episodi, il linguaggio è stato lo stesso, cioè di basso livello. Sorprendentemente qualcuno ha detto che Salvini «è un grande comunicatore». L’aggettivo «grande» riconduce sempre non soltanto a un ordine di dimensione geometrica, ma pure di qualità: in questo caso, una autentica blasfemia. Il linguaggio di Salvini è volutamente “rozzo” come quello delle piazze che lo osannano, com’è successo a Bibbiano, dove la Lega ha chiuso la campagna elettorale in Emilia. I selfie quotidiani postati sui social con tanto di tagliatelle, salamine, oltre all’immancabile Nutella dopo lo scivolone che aveva innervosito Ferrero ( e i suoi lavoratori), sono la rappresentazione estetica dell’etica salviniana: quella che necessita di un lessico che unisca eletto ed elettore con un progressivo processo di identificazione. Salvini utilizza un linguaggio del corpo e della parola che vuole essere identico a quello dei suoi fan, e la sua «grande» novità politica si riduce a questo: cioè, nella forma che diventa sostanza. Ma un uso tanto disinvolto quanto utilitaristico della comunicazione politica rischia di generare ( se non l’ha già fatto, visto il lessico da trivio sdoganato anni fa dai «vaffa» di Grillo) una deriva che cancellerà ogni differenza – etica ed estetica – fra elettori ed eletti.

Quella differenza che segna( va) i diversi livelli di preparazione degli elettori e degli «eletti». Che tali dovrebbero essere: eletti. Cioè, migliori, non specchio dei loro elettori, ché altrimenti s’azzera il senso stesso della democrazia rappresentativa. Il rappresentante deve essere insomma il meglio di quanto possa esprimere un determinato numero di rappresentati. Col suo linguaggio, con la sua fisicità, Salvini ha mescolato il tutto. E per riuscire nella sua «rivoluzione» ha dovuto precipitare il «popolo» nella condizione di «plebe» : quella massa che in un servizio giornalistico, a domande precise sui decreti Salvini sulla sicurezza, non è stata in grado di rispondere.

La risposta che più delle altre ha fotografato quella condizione è al contempo la meno balbettante, seppur coerente nella sua autocertificazione d’ignoranza: «Non lo so, ma io mi fido del capitano». Siamo alla democrazia rappresentata «a prescindere». Quella risposta indica la rottura del rapporto fra elettore ed eletto: non c’è più bisogno delle elezioni, perché la fiducia in un Capitano, un duce, un re è totale, a prescindere da quel che dice e fa.

Una fiducia che trova costante conferma nei gesti e nel linguaggio del nostro condottiero, che è «come me, perché parla e mangia come me». Questa coincidenza è la fine della politica per come la politica è andata delineandosi dai primi, timidi e incerti passi ( non per tutti) al tempo di Pericle.

In politica, infatti, la forma deve veicolare una sostanza di modelli che orientano le diverse pulsioni presenti in una società. Prima della deriva e del crollo dei costumi politici a livello fisico e lessicale, un ministro, in spiaggia, ci andava in giacca e cravatta: perché quello che passeggiava con le sue figlie sulla battigia non era il signor Aldo Moro, ma un ministro della Repubblica, cioè una figura istituzionale.

 

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