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De Angelis: «Noi giovani avvocati pronti a batterci per i diritti e il futuro della professione»

Intervista Antonio De Angelis presidente dell’Aiga. «La scelta del Cnf di fare del 2020 l’anno dell’avvocato in pericolo può far riscoprire la centralità del nostro ruolo. L’equo compenso sia il primo passo per ripristinare I minimi tariffari»
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«Parla con chi presiede un’associazione capace da anni di impegnarsi sulle questioni di principio. Le difficoltà in cui un giovane avvocato è costretto oggi a dibattersi non ne spengono lo slancio. E così sarà anche sulla prescrizione». Antonio De Angelis, 36 anni, di Terni, presiede l’Aiga, Associazione italiana giovani avvocati, da esattamente tre mesi, da quando cioè il congresso di Messina gli ha consegnato il testimone ceduto da Alberto Vermiglio. Ha obiettivi molto concreti in mente: dal decreto sulle specializzazioni al «serio ripensamento dell’esame per l’accesso alla professione». Eppure per De Angelis la concretezza si coniuga perfettamente con i principi: «La battaglia per l’equo compenso, per esempio, riguarda sì la condizione materiale dell’avvocato, ma anche il rilievo che la sua attività assume nel sistema democratico», ricorda. I due binari corrono insieme, dunque.

Intanto avete aderito, con grande risalto sui social, alla proclamazione, deliberata dal Cnf per il 2020, dell’“ Anno dell’avvocato in pericolo nel mondo”: può essere anche l’occasione per riaffermare, nell’opinione pubblica, la centralità dei diritti?

Sì, può essere un veicolo efficace: diffondere il dramma degli avvocati minacciati e condannati per aver svolto in modo autonomo la loro funzione può risvegliare nella coscienza diffusa la centralità del diritto di difesa. Far comprendere quanto possa diventare persino pericoloso, essere avvocati, può aiutare molto a scuotere la consapevolezza dei cittadini.

Ma lei, da giovane avvocato, come si spiega il raffreddarsi di una simile consapevolezza?

Con una narrazione che negli anni si è consolidata grazie ai media, in particolare ad alcuni giornali che hanno fatto del giustizialismo La riforma dell’avvocato in Costituzione può aiutare a invertire la tendenza?

La riforma costituzionale che sancirebbe il ruolo dell’avvocato è necessaria innanzitutto per richiamare l’imprescindibilità del diritto di difesa e di chi, come l’avvocato, lo garantisce. Da tale riaffermazione si può recuperare, certo, anche il valore delle garanzie, e riuscire ad attenuare la tendenza giustizialista.

Secondo Andrea Orlando l’avvocato in Costituzione aiuterebbe anche a blindare l’equo compenso: è d’accordo?

Condivido: l’esplicito richiamo all’avvocato in Costituzione può anche far apparire più immediata la necessità di ristabilire il diritto a un compenso equo. Che, sia chiaro, spetta a tutte le categorie. Ma certo, nel momento in cui la nostra fosse l’unica professione a essere richiamata nella Carta, sarebbe più agevole per noi avvocati condurre la battaglia per l’equo compenso.

La battaglia intanto vede Cnf e avvocatura diffusa unite nel denunciare le violazioni alla disciplina già esistente.

Il ruolo centrale, di raccordo, del Cnf nelle iniziative che riguardano l’intera avvocatura è molto importante. E in particolare la sinergia fra il Consiglio nazionale e l’Aiga continua a dare buoni frutti su molti versanti. Penso al lavoro compiuto dalla massima istituzione forense in vista del decreto sulle specializzazioni, che ha consentito di arrivare al parere, forse decisivo, del Consiglio di Stato. Dal punto di vista dell’Aiga si tratta di un provvedimento determinante anche per disegnare un modello di avvocato sem- pre più competitivo, e superare dunque le difficoltà anche di reddito che tuttora affliggono soprattutto la giovane avvocatura.

Intanto alla Camera il M5S prova almeno a risolvere il nodo del patrocinio in Cassazione per chi aveva i requisiti all’entrata in vigore della legge forense: ci si arriverà?

Mi auguro che la questione possa essere risolta una volta per tutte. L’onorevole Dori, del M5s, ci ha assicurato la proroga del regime transitorio nel decreto milleproroghe. Analogo impegno ci è stato garantito da Miceli del Pd, Varchi di Fratelli d’Italia e Morrone della Lega. Una sensibilità così trasversale credo possa favorire anche la soluzione definitiva del problema.

Oltre alle specializzazioni, cos’altro può risollevare la condizione dei giovani avvocati?

Certo non il numero chiuso a Giurisprudenza, dove le immatricolazioni sono crollate del 40 per cento. Io sono personalmente convinto di una cosa: la battaglia per l’equo compenso deve spingersi fino alla reintroduzione dei minimi tariffari. Dev’essere quello l’obiettivo finale.

Ma l’accesso alla professione merita di essere comunque rivisto?

Sì, ma nel senso che sia il ministro Bonafede sia il presidente del Cnf Mascherin hanno definito di una “sdrammatizzazione” dell’esame. C’è una proposta di modifica sulla quale come Aiga ci troviamo d’accordo col guardasigilli e il Consiglio nazionale: è ispirata innanzitutto all’idea che tre prove scritte siano ormai fuori da qualsiasi logica. Il parere, in particolare, è uno strumento valutativo del tutto fuorviante. Credo che si debba piuttosto partire dalle scuole forensi, dove già sono previste verifiche periodiche scritte che costituiscono una prova assai più attendibile sulla preparazione del futuro avvocato di quanto non avvenga con l’esame attuale.

una bandiera. E forse il punto di non ritorno va fatto risalire a una distorsione tipica di Mani pulite.

Quale distorsione, tra le tante?

Pensi a quanto è paradossale l’aver ribaltato l’avviso di garanzia da istituto a tutela dell’indagato nella sua più inappellabile condanna. È in quel passaggio che il travisamento del diritto di difesa, della presunzione di non colpevolezza, diventa forse irrecuperabile.

 

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