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In un Paese inceppato la svolta dipende dal riconoscere la crisi e aggredire le cause

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Che qualcosa si sia inceppato nella nostra democrazia ci sono pochi dubbi. Fin quando non si capisce, e ci si accorda, su cosa c’è che non funziona, farlo ripartire risulta difficile. Per giunta non sembra che circolino analisi convincenti sulle ragioni della crisi o progetti di un qualche respiro in vista di una sua soluzione. La destra si dimostra molto abile sul piano della propaganda elettorale, ma si radicalizza in fase di realizzazione programmatica e cavalca più i motivi di insoddisfazione, la parcellizzazione degli interessi, le paure, giustificate o ingiustificate che siano, senza preoccuparsi di offrire proposte operative e arrivando a sviluppare qualcosa che somiglia troppo alla politica dello struzzo riguardo alle problematiche, cruciali, relative all’immigrazione.

La sinistra si dibatte in una situazione se possibile persino peggiore. Costretta a un’alleanza innaturale con il M5S non trova il coraggio per mettere in discussione l’attività del governo precedente, accettando di mantenerne in vita i provvedimenti principali, dal reddito di cittadinanza, a quota cento, ai decreti sicurezza salviniani, alla cancellazione della prescrizione.

Gli interventi in economia sono rappresentati dalla ex ILVA e dall’Alitalia, casi dei quali non si vedono né soluzioni operative, né attività governative rivolte a ottenerle. La politica estera è affidata a Di Maio. Così facendo il PD rischia di perdere la propria roccaforte emiliana senza neppure essere riuscito a indicare quali sono i provvedimenti bandiera attorno ai quali progetta di raccogliere il proprio elettorato. Si accontenta di arginare in qualche modo gli eccessi che derivano da una legislazione di carattere quasi emergenziale prodotta dal governo Lega- M5S attraverso interventi amministrativi, per altro affidati a un ministro tecnico, nel delicato settore degli interni.

In termini politici la sinistra arriva a riconoscere di fatto la correttezza sostanziale della legislazione promossa dai propri avversari, o almeno la legittimazione elettorale che essi avevano e che non si trova nelle condizioni di mettere in discussione, tanto da affidare il proprio futuro a una legge elettorale il più proporzionale possibile, ossia orientata verso la paralisi, o almeno la massima lentezza operativa. ù

Questo in una stagione nella quale circolano i tweet di Trump e le decisioni devono essere prese per telefono se vogliono dimostrarsi incisive. Le piazze occupate dalle sardine che affrontano i leghisti senza sventolare le bandiere del PD, per tema di veder scomparire le truppe faticosamente raccolte per difendere la candidatura di Stefano Bonaccini, sono una testimonianza evidente di un distacco drammatico della sinistra dal proprio elettorato.

Forse il problema non sta nella politica, ma nel paese. Può darsi che la pretesa di rappresentanza, avanzata dai politici, trovi la sua ragione in una verità seria e profonda: davvero la macchina democratica è capace di trasferire umori, passioni e attitudini di una popolazione a un ristretto numero di persone che pensano e agiscono secondo gusti e intenti della maggioranza.

Capita allora che un paese sconfitto in guerra ma vitale e moralmente capace trovi in Alcide De Gasperi e nella sua Democrazia Cristiana filo americana i propri interpreti fedeli; che scelga poi Ciriaco De Mita e Bettino Craxi, il ventennio dalla cui morte costringe a una riconsiderazione della sua attività, per interpretare una nuova stagione, quella della Milano da bere, più sbarazzina e meno attenta al rispetto delle regole; per giungere alla stagione di Berlusconi e infine alla nostra, dominata da Conte e Salvini, il cui scontro in Senato avvenuto questa estate, con i toni di un’assemblea di condominio, racconta forse troppo bene le condizioni italiane.

Siamo ancora un paese ricco, la nostra sanità ci viene invidiata, i nostri trasporti sono spesso efficienti, persino la nostra scuola è migliore di come ci sforziamo di descriverla: tutto vero, ma. I ma stanno nella denatalità, nel rifiuto di ragionare in modo serio e generoso sull’immigrazione, nella vera e propria diaspora dei giovani preparati che lasciano l’Italia, soprattutto dalle regioni del sud, per cercare lavoro all’estero, nella crisi del reddito da lavoro a favore di rendite di natura parassitaria, dalle pensioni, al reddito di cittadinanza, a quota 100, senza curarsi degli equilibri di sistema, dell’equità nella distribuzione delle risorse, della tenuta dei conti e nemmeno di indirizzare in modo accettabile ciò che è ancora disponibile per l’welfare, confuso in maniera dilettantesca con l’indirizzamento al lavoro, nei processi lunghissimi che si preparano a divenire eterni.

L’orizzonte non si presenta roseo. Certo la congerie di problemi può essere risolta solo attraverso il riconoscimento della crisi e la paziente ricostruzione di un sentire positivo a livello collettivo, che non manchi di coesione intergenerazionale, interregionale e persino internazionale, nei confronti degli immigrati, che dobbiamo assolutamente imparare a considerare una risorsa, pena il collasso di quello che ambiziosamente viene definito sistema Italia. Le virtù cardinali sono sempre quelle: fortezza, temperanza, giustizia e prudenza. Vanno accompagnate dalle teologali: fede, speranza e carità.

 

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