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Junior Cally è sessista? E allora censurate anche i Beatles…

Il festival di Sanremo e le (ipocrite) polemiche sul rapper romano
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«Preferirei vederti morta piuttosto che con un altro uomo» cantava il diabolico John Lennon ( Run for your life) nel 1965. Non proprio un’ istigazione al femminicidio ma poco ci manca.

Molto più risoluto Jimi Hendrix con il protagonista di Hey Joe ( 1967) che uccide la sua «vecchia signora» a colpi di revolver; un po’ come il Neil Young di Down by the river ( 1969) che fa fuori la fidanzata sul greto del fiume, a pistolettate.

O il Johnny Cash di Cocaine Blues ( 1977) che spara alla moglie dopo essersi sparato una copiosa striscia di polvere bianca. Ancora più truculento lo scozzese Tom Jones: in Delilah ( 1967) l’arma del delitto è un gelido coltello che, quando affonda nelle carni, «la fa subito smettere di ridere».

Non è necessario evocare l’omicidio per far sfoggio di sessismo si può ad esempio negare uno stupro come Bruce Springsteen in Fire ( 1987): « Mi avvicino a te tu dici di no, ma so che stai mentendo, quando ci baciamo tra noi è il fuoco ».

Per non parlare di Frank Zappa, dei Black Sabbath, del machissimo metal, del violentissimo hip pop e via discorrendo. In tal senso il rapper romano Junior Cally, finito nel vortice delle polemiche perché i suoi testi inciterebbero alla violenza sulle donne, è un dilettante.

La sua partecipazione alla settantesima edizione del Festival di Sanremo è però a rischio: il presidente della Rai Marcello Foa e un nugulo di parlamentari della repubblica chiedono che venga escluso dalla competizione per un testo – Strega- di tre anni fa che, ai loro occhi, sarebbe una compiaciuta apologia del femminicidio: l’io narrante racconta infatti di avere ucciso una tipa e poi di averle rubato la borsa.

Cally non deve essere cacciato per la canzone che porta in concorso ( la solita innocua lagna “anti- sistema”), ma per un brano del 2017. Una censura retroattiva dunque. In fondo Sanremo è un “programma per famiglie”, dicono i censori, una zuppa nazional- popolare, uno show edificante dove trionfano i buoni sentimenti. E tutto deve essere costruito per far brillare la canzone italiana in tutto il suo splendore. Già, la canzone italiana.

Chi ricorda per caso il testo di Via Broletto 34 ( 1962) in cui l’elegante Sergio Endrigo racconta come abbia mandato all’altro mondo la sua amata in un raptus di gelosia?

« Potete anche gridare, fare quello che vi pare L’amore mio non si sveglierà Ora dorme e sul suo bel viso C’è l’ombra di un sorriso Ma proprio sotto il cuore C’è un forellino rosso Rosso come un fiore Sono stato io Mi perdoni Iddio».

In Lella ( 1970), di Edoardo De Angelis il canovaccio è simile ma a fare una brutta fine è l’omonima amate del protagonista, nonché moglie di un noto usuraio romano. «Canzone pasoliniana» dissero i critici dell’epoca prima di spedirla triofalmente al Cantagiro del 1971.

Per venire a tempi più recenti si può citare il celebratissimo Vasco Rossi che In colpa d’Alfredo ( 1980) non uccide nessuna ragazza, ma non risparmia invettive alla sua lei, colpevole di averlo lasciato per un altro: « È andata a casa con il negro, la troia! ».

Oltre le Alpi, tra gli chansonnier si può citare la Marinette (1958) di George Brassens (nume tutelare del nostro Fabrizio De André), una «piccola traditrice» che viene «uccisa da un raffreddore prima che io potessi farle saltare in aria le cervella».

Oppure il meno conosciuto Michel Sardou che in Le ville de la grande solitude ( 1973) esclama senza vergogna: «Stasera ho voglia di violentare le donne, di forzarle ad ammirarmi e di bere tutte le loro lacrime».

Ce n’è anche un mostro sacro del pop- rock come Johnny Halliday che in Requiem pour un fou  (1976) fa fuori la sua bella perché lui è semplicemnte un uomo «pazzo, pazzo d’amore». D’altra parte come diceva il belga Jacques Brel «gli uomini piangono, le donne piovono».

In fondo quello della sottomissione femminile nella canzone popolare è un filone che viene da molto lontano, almeno dal 1787 quando il librettista Lorenzo Da Ponte termina la stesura del Don Giovanni di Mozart:

«Batti, batti o bel Masetto

la tua povera Zerlina.

Staro qui, agnellina

le tue botte ad aspettare ».

Ora, di fronte a questa galleria la bufera mediatica che si è abbattuta su Junior Cally sembra un venticello stantìo, ipocrita e stantìo, se non addirittura una polemica artificiosa. Creata ad arte per titillare il moralismo più o meno latente dell’opinione pubblica e per far cassa con i residui pavloviani del familismo italico.

Con il solito vecchio schema: confondere il pensiero degli autori con le loro opere e assimilarli ai loro alter ego virtuali.

Tenere ben distinte realtà e finzione è un esercizio salutare per la mente di ognuno di noi, a meno che non siamo convinti che Quentin Tarantino inciti davvero a bruciare vivi poliziotti legati a una sedia ( Le Iene), Stanley Kubrik a torturare i detenuti ( Arancia Meccanica). O che il Nabokov di Lolita sia veramente un predatore sessuale di ragazzine 13enni come il suo tormentato Humbert Humbert. Questa commistione di generi non è solo ipocrita ma del tutto fuorviante e schizoide.

Per una crudele ironia della sorte l’unico femminicidio compiuto in tempi recenti da una rockstar è quello della povera Marie Trintignant, massacrata a suon di botte in una camera d’albergo lituana da Bernard Cantat, il frontman dei Noir Desir, uno dei gruppi europei più impegnati politicamente, schierato contro la guerra, contro lo sfruttamento capitalista, contro la violenza di genere.

 

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