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Il convegno di Salvini pro Israele per recuperare voti da Giorgia Meloni

«A pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina» diceva alias Giulio Andreotti.
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«A pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina» diceva Belzebù, alias Giulio Andreotti. Pochi giorni fa, commentando l’annuncio del convegno voluto da Salvini sull’antisemitismo e rifiutato dalla senatrice Segre, avevo sospettato che – stante la premessa salviniana «i nemici di Israele sono i miei nemici» – si sarebbe trattato più di un convegno pro Israele che contro l’antisemitismo. E così è stato. Nell’oretta della sua durata, la conferma è arrivata puntualmente. Il leader leghista ha infatti steso il suo pensiero sul tappeto del trumpismo («Trump lotta anche contro quel terrorismo che vorrebbe distruggere Israele» in riferimento alla recente uccisione di Soleimani), dell’amicizia verso Israele («Noi siamo contro l’antisemitismo, la sinistra è contro Israele», senza specificare ovviamente quale sinistra), del suprematismo pret- a- porter («le nostre radici giudaico cristiane» e c’è mancato poco che ci scappasse pure una bella Croce sopra, intesa come Benedetto).

La battuta per la gioia degli amici di Fb e del Bar Sport non è mancata: «Qualcuno voleva che parlassimo di tutto» ha detto con consumata tecnica oratoria che qui prevedeva una pausa ad effetto, riferendosi alla Segre (la Bestia ne farà buon uso sui social). Né è mancato un bel finale da «Viva Israele, viva l’Italia». È forse è stato per ragioni di tempo, che non ha potuto – in chiusura di convegno – condannare quell’antisemitismo su cui il convegno stesso era nato, ma anche in questo caso, «a pensare male…». E quando qualche ardito ha – per lui inopinatamente – chiesto di poter porre qualche domanda, ricordandogli le ragioni per le quali la senatrice Segre avesse rifiutato di partecipare al convegno, ribadendo come debba essere bandita ogni forma di discriminazione, dai rom ai gay, a ogni straniero, Salvini ha sfoderato una risposta lapidariamente imbarazzante: «Non confondiamo la difesa delle frontiere nazionali con l’Olocausto».

Per stoppare ogni eventuale replica, ha poi tenuto a ricordare che era stata la Lega a organizzare un convegno contro l’odio verso Israele, con tanto di successivo dibattito parlamentare. (Ma era chiaro fin dall’annuncio, non c’era bisogno di questa iperbole). Nel rispondere a un’altra domanda sul fronte della campagna d’odio che la Bestia e il suo fan club perseguono quotidianamente sui social contro le Onlus che salvano i migranti, chi vuole salvare la gente dal mare aperto, ogni Carola Rackete, eccetera, Salvini – sottolineando la «pretestuosità di una domanda di cui, ovviamente, non condivido una virgola» – ha rivendicato la lotta all’immigrazione clandestina. Punto. Punto, perché è tutto lì che si innerva il Salvini pensiero. Perché lui rivendica d’essere «un patriota». E a chi – maliziosamente, s’intende – chiedeva se il nuovo corso similmoderato senza felpa comprendesse anche la fine dei rapporti con le formazioni di estrema destra (leggi Fn e Cp), la risposta arrivava come uno schiaffo all’intelligenza dei più: «Mai avuto rapporti istituzionali».

Schiaffo compensato da quello ricevuto dal leader leghista poche ore dopo per mano della Corte Costituzionale, che bocciava il referendum proposto dalla Lega per l’abolizione della quota proporzionale, ma questo è un altro discorso, anzi, un altro – ennesimo – scivolone. Scivolone che segue ad altri che hanno portato l’ex Carroccio a vedere scemare – pur restandone al vertice – i consensi sondaggistici (per quel che valgono, ma che vengono tuttavia spesi con piglio di verità assoluta). Tornando al convegno contro l’antisemitismo, alle premesse sono seguiti pensieri e parole coerenti con la difesa di Israele – tout court. Il rifiuto della Segre e soprattutto le motivazioni con cui la senatrice ha declinato l’invito, inducono alla pretestuosità elettorale del convegno stesso. Era cioè necessario intercettare quei voti a destra – in funzione della tornata delle elezioni del 26 pv – che strizzano l’occhio ai pasdaran di Israele, inteso come il suo governo, oltre a quietare gli animi di chi – pur essendo di destra – voleva un gesto forte e chiaro nei confronti degli “oggetti di odio”. Traducendo: se oggetto degli strali (si fa per dire) sono Carola («comunista nullafacente che non sa come passare il tempo» ), le sardine ( «comunisti che sanno solo cantare bella ciao» ), il Pd (a scelta gli “strali” leghisti, ma non più «comunisti», come è assodato da tutti), e i «comunisti col Rolex», facendo con questa dotta citazione sfoggio della sua cultura musical trappista, non- oggetto è Israele. E che sia chiaro. Come è chiaro il tentativo di recuperare a destra quei consensi che stanno scivolando verso la “collega” (si fa sempre per dire) fratella d’Italia. Quella Meloni che, zitta zitta, salvo quando – a rischio di ictus da foga – rivendica d’esser «Giorgia, madre e cristiana» si sta riprendendo quel che è suo di diritto da tempo non sospetto. Salvini è infatti un parvenu della destra estrema: viene da quella cultura regionalistica da periferia dell’Impero, livorosa contro i romani e i terroni. Un pensiero – nato e cresciuto nella valli – senza sbocco al mare fino alla fine del secolo scorso. Lei, invece, la fiamma l’ha sempre avuta nel petto. Le ardeva dentro fin dai tempi del governo Berlusconi che la vedeva ministra della gioventù. E non ha nulla da farsi perdonare dai terroni: non ha mai detto che i napoletani puzzano, né tifato per l’Etna. In buona sostanza, la Meloni si sta riprendendo quel che è suo. E – fatto non trascurabile relativamente a quanto fin qui detto – pure lei è pro Israele.

 

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