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Elezioni mancate nel ’91, quando Craxi mi corse dietro: «Fu per i miliardi di Andreotti»

Sulla spiaggia di Hammamet tra l’imbarazzo della scorta. Il voto anticipato lo avrebbe salvato. Ma gli dissero che Giulio aveva in tasca 50 miliardi di lire per vincere la campagna elettorale e puntare al colle
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L’insolita scenetta si svolgeva sulla spiaggia di Hammamet all’inizio di agosto del ’91. Bettino Craxi inseguiva un malcapitato cronista con l’evidente intenzione di gratificarlo di una tutt’altro che metaforica, ancorché confidenziale, pedata nel sedere e, a sua volta, era seguito dall’onnipresente guardia del corpo a cui il presidente tunisino Ben Ali aveva affidato la custodia dell’illustre ospite. Poliziotto peraltro assai perplesso sul da farsi, in quanto era Craxi in quel momento ad apparire nelle vesti dell’aggressore e non del bersaglio di qualche malintenzionato. In brevissimo il tutto si sarebbe decantato con la deposizione delle ostilità, non senza uno di quei sordi brontolii con cui il leader socialista concludeva spesso le sue non infrequenti ma passeggere sfuriate.

Ma cosa aveva innescato il singolare siparietto agostano? La forse incauta, ma per quei giorni quasi obbligata, domanda del cronista tesa a far luce su uno dei misteri politici della tarda primavera del ’91: il perché non si fosse andati alle elezioni anticipando di un anno la fine della decima legislatura, quando sembrava che ce ne fossero tutte le condizioni e le convenienze. Soprattutto per il Psi guidato da Craxi a cui la crisi del Pci dopo la caduta del Muro sembrava offrire l’occasione di farsi promotore di un nuovo quadro politico se non di un nuovo soggetto progressista che unisse l’intera sinistra. Al di là di un simile progetto per il quale i tempi non erano probabilmente ancora maturi, l’anticipo delle urne veniva d’altra parte dato per scontato anche da chi perseguiva obiettivi di più limitata portata, come l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani, sincero alleato di Craxi e il cui portavoce Enzo Carra aveva inondato le redazioni politiche di tutti i giornali con la certezza che le elezioni si sarebbero svolte nella primavera del ’ 91 e non in quella del ’92. Corollario a questo scenario l’ascesa al Quirinale dello stesso Forlani e il ritorno di Craxi a palazzo Chigi. Cosa che, col senno di poi, avrebbe preceduto la stagione di Tangentopoli favorendo un decorso probabilmente molto diverso da quello che vide il crollo del sistema politico italiano e la liquidazione di fatto di tutti o quasi i partiti, per i quali vi è oggi un crescente rimpianto.

Le cose, come tutti sanno, andarono assai diversamente, ma nell’estate del ’91 Craxi era ancora convinto di aver fatto la scelta giusta. E allora, mentre stava con l’acqua al ginocchio a guardare i pescetti che gli mordicchiavano le dita dei piedi – cosa che lo divertiva molto – al sentirsi riproporre di nuovo dal sottoscritto l’irrisolta questione del mancato voto decideva, visibilmente irritato, di sbottare in una confidenza. La mia risposta – riconosco – si tenne al disotto del più scontato livello di circostanza: precedette di un istante l’inizio del breve inseguimento di cui sopra. Calmate le acque, si andò insieme a pranzo, previo l’accordo che all’argomento non si sarebbe più accennato, neppure da lontano.

Mi rivolsi poi a chi era stato uno strettissimo collaboratore di Craxi raccontandogli l’episodio di Hammamet. Un ricordo affiorò immediatamente alla mente del mio interlocutore, e cioè la rarissima circostanza in cui – così mi venne detto – il leader socialista chiese a lui di essere lasciato solo a colloquio con il personaggio che si accingeva a ricevere nel suo ufficio di via del Corso. Erano i primi mesi del ’91 e l’ospite di Craxi era Giuseppe Ciarrapico, il noto imprenditore legatissimo a Giulio Andreotti, che si intrattenne a lungo con il segretario del Psi lasciandolo poi – sempre secondo i ricordi del suo collaboratore – visibilmente contrariato.

Da quanto si poté più o meno frammentariamente ricostruire in seguito, Ciarrapico si era presentato a via del Corso nella veste di capofila di una cordata di imprenditori e finanzieri decisi a dare tutto l’appoggio possibile al progetto del Divo Giulio, che prevedeva l’approdo al Quirinale dello stesso Andreotti il quale, se non ostacolato dai socialisti nel suo disegno, avrebbe conferito a Craxi l’incarico per formare il suo terzo governo. Ma si trattava di un’offerta politica impossibile da accettare per Craxi impegnato nel progetto alternativo, per le forze e le alleanze che metteva in campo, di portare sul Colle più alto Arnaldo Forlani del quale si fidava immensamente più di Andreotti per poter tornare al governo. Andare quindi a uno scontro elettorale anticipato in quelle condizioni venne evidentemente giudicato da Craxi un passo troppo azzardato, soprattutto per la disparità delle risorse finanziarie in campo.

Si trattava di fatto dell’eterno ritorno del tema che avrebbe, di lì a poco, determinato la fine traumatica della Prima Repubblica e, con essa, la caduta di quasi tutti i suoi protagonisti, primo tra i quali Bettino Craxi. L’irrisolto problema del finanziamento della politica e dei partiti, non affrontato a tempo debito senza ipocrisie e infingimenti da un sistema politico che alla fine fu facile intimidire e mettere alle corde da un fronte variegato di forze istituzionalmente estranee alla politica. Craxi venne individuato come la pietra angolare del sistema da abbattere soprattutto quando con il celebre discorso del luglio ’92 alla Camera pose il finanziamento dei partiti come problema politico generale che necessitava di una risposta politica e non meramente giudiziaria. Su questo Craxi aveva idee e convinzioni precise, che molti condividevano ma che pochi avevano la coerenza e il coraggio di manifestare.

 

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