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La politica s’indigna per la scuola al Trionfale ma con lo ius soli non ci sarebbe disuguaglianza

Gli “open days” ci rivelano una scuola pubblica debole e una società che teme le diversità e rifiuta il confronto
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Il caso dell’Istituto comprensivo “Via Trionfale” di Roma? Non è un incidente, non è una gaffe. È il sintomo evidente di un progressivo indebolimento e snaturamento della scuola pubblica; è lo specchio di un’Italia spaccata, lacerata in frammenti di società incapaci di incontrarsi, confrontarsi e dialogare tra di loro; è, infine, il risultato negativo di scelte non fatte da una politica incapace di guardare oltre l’ultimo sondaggio. I fatti: siamo nella stagione degli “open days”, i giorni dell’anno in cui le nostre scuole si tirano a lucido in vista della prossima scadenza delle iscrizioni all’anno scolastico.

L’istituto “Via Trionfale” si presenta: “La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio- alto, mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio- bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana Il plesso di via Vallombrosa, sulla via Cortina d’Ampezzo accoglie, invece, prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie”. Potremmo cavarcela accusando l’istituto di classismo – accusa, peraltro, che non è sbiadita dopo il goffo tentativo di correzione -, ma, così facendo, non comprenderemmo a fondo ciò che quell’episodio ci dice.

In primo luogo, il caso del “Via Trionfale” ci restituisce l’immagine di una scuola pubblica costretta a inseguire gli alunni e le loro famiglie come se fossero dei clienti e, di conseguenza, a farla agire come un supermercato per accaparrarsi il maggior numero di consumatori, meglio se abbienti. E così l’offerta “3×2”, il maxisconto, la grande occasione si traducono per la scuola nel presentarsi come il ritrovo dell’élite della città. Una logica di mercato, intrisa di liberismo, che ha iniettato nella scuola pubblica un modo di operare tipico delle scuole private, stravolgendo il dna e il senso stesso dell’istruzione pubblica.

Ma tutto questo non basterebbe a spiegare quell’assurda descrizione. La storia del “Via Trionfale” ci dice che se una scuola avverte il bisogno di presentare la propria offerta anche sulla base di quei parametri è perché cerca di rispondere a una domanda dei cittadini che anche in quella direzione si orienta. Dietro quelle parole ci sono una città, una società e un Paese che rifiutano il confronto, che scappano dalla diversità e che si industriano per bloccare – come se ce ne fosse bisogno – l’ascensore sociale.

Le diseguaglianze, che la grande crisi ha acuito, hanno fratturato il Paese, divaricando ulteriormente le storie e i destini di chi sta meglio da quelli della parte della popolazione che ha più sofferto e più soffre. L’alta borghesia da un lato, il ceto popolare dall’altro ciascuno nel proprio mondo, divisi; ciascuno impegnato a salvarsi da solo. La solidarietà, il senso di destino comune del Paese finiti in fondo alla gerarchia dei valori. C’è, infine, un terzo elemento da considerare e che chiama in causa direttamente la politica.

Illuminante in questo senso un passaggio di quella contestata presentazione quando, parlando della struttura di Monte Mario si evidenza che “conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana”. Ecco l’ultimo tassello: i bambini e i ragazzi, i loro diritti e la necessità di dare al Paese una nuova legge sulla cittadinanza. Se la scuola pubblica, che dovrebbe essere la culla dell’integrazione, diventa un luogo di discriminazione, di isolamento e separazione come può l’Italia di domani essere accogliente, equa e solidale?

Lo ius soli o lo ius culturae sono la risposta o la chiave di volta per risolvere questa enorme sfida? No, ovviamente. O, comunque, non da soli. Eppure rappresenterebbero un primo passo capace di abbattere un’assurda diseguaglianza tra bambini e, allo stesso tempo, l’avvio di una svolta culturale. Se ci fosse stata nel nostro ordinamento un’altra legge sulla cittadinanza, quell’insopportabile frase che separa gli alunni di seria A da quelli serie B sulla base del Paese d’origine dei genitori non sarebbe stata scritta.

E invece? E invece la politica non ha saputo e non sa dare la risposta che centinaia di migliaia di bambini, ragazzi e giovani attendono. La paura – e i numeri in Parlamento – hanno bloccato il centrosinistra nella precedente legislatura; la paura – e le ambiguità del Movimento 5Stelle e del suo leader – frenano oggi la maggioranza giallorossa. Il caso “Via Trionfale” ci dimostra che, anche su questo tema, è il momento di accelerare.

 

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