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La missione impossibile dei dissidenti iraniani

Dai “Mujaheddin del popolo” ai nostalgici dello Scià. Lontani dalla patria e divisi tra loro. Gli oppositori al regime sciita non hanno un progetto politico e pochissimo seguito popolare
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L’uccisione del generale Qassem Suleimani, morto in un attacco statunitense all’aeroporto di Baghdad, in Iraq, ha provocato reazioni a catena, dalle minacce di Trump di bombardare i siti culturali iraniani, all’annuncio di Teheran di non rispettare i limiti dell’accordo sul nucleare del 2015, atto “storico” indebolito dal ritiro statunitense nel maggio 2018.

La stampa internazionale ha registrato manifestazioni di cordoglio fra gli iraniani, ribadite dalla Tv di stato, che ha definito l’ordine trumpista di uccidere Soleimani «il più grande errore di calcolo da parte degli Stati Uniti» dalla seconda guerra mondiale. «La gente della regione non permetterà più agli americani di rimanere», ha proseguito, visto che l’omicidio, vero atto di guerra, ha colpito un’icona dipinta come il combattente che contribuì alla sconfitta dell’ISIS e l’incarnazione dell’orgoglio nazionale a fronte delle sanzioni Usa.

Ma com’è vista la crisi diplomatica dai dissidenti?

La Repubblica islamica dell’Iran, una “burocrazia elastica” più che un potere accentrato nelle mani di un solo uomo, è più simile alla nomenclatura comunista cinese che ai regimi personalistici, com’era l’Iraq di Saddam Hussein. È un regime con più anime anche da un punto di vista religioso, e questo crea non poche crepe nell’estabishment iraniano.

Di fatto, la crisi con gli Stati Uniti potrebbe aprire non pochi spiragli ai dissidenti iraniani residenti all’estero. Le tensioni e la risposta di Teheran rasentano infatti i limiti dell’aperto confronto militare fra gli Stati Uniti d’America e l’Iran, per ora limitatosi ad un raid contro le basi americane in Iraq, che hanno causato molti morti, 80 per la precisione, fra i civili.

La crisi internazionale non è passata inosservata alle schiere dei numerosi gruppi dissidenti al regime degli ayatollah che operano in funzione anti- governativa a favore della restaurazione o di forme di governo liberaldemocratico o addirittura atte a restaurare la vecchia monarchia dello Scià nello stato asiatico.

La comunità dei dissidenti sparsa per il mondo e in aperta conflittualità con il regime è molto corposa, ed è composta da centinaia di migliaia di individuai che hanno abbandonato il paese d’origine. In Occidente, soprattutto in Europa, operano diversi movimenti che hanno come obiettivo primario quello di un ritorno nel Paese liberato dal regime teocratico sciita, auspicando l’avvento di una versione del potere in senso liberaldemocratico.

Tra le varie realtà dell’opposizione in esilio, un posto di assoluto rilievo è ricoperto dal National council of resistance of Iran ( Ncri), coalizione fondata nel 1993. L’intento del Ncri è quello di instaurare una democrazia che parti dall’abolizione della sha’aria, dalla parità dei generi e dall’esclusione del clero sciita da ogni carica pubblica, senza dimenticare l’apertura all’Occidente e a Israele, pur sottolineando la necessità del riconoscimento di uno Stato palestinese.

Il Ncri è una coalizione appoggiata da oltre 550 personalità politiche, culturali e sociali, specialisti, artisti, intellettuali, scienziati, militari e comandanti dell’Esercito di liberazione nazionale, costituita da cinque organizzazioni e partiti di opposizione il cui cardine è l’organizzazione dei Mojahedin- e khalq, i Mujahedin del popolo ( Mek), movimento “anti- teocratico e democratico” che ha addirittura fondato un suo Parlamento e un governo “ombra” in esilio a Parigi, che da posizioni islamo- marxiste è oggi socialdemocratico e iscritto nella black list di Teheran fra le organizzazioni terroristiche ( fino al 2009 anche dall’Ue e dal 2012 dagli Usa), seguite dall’Organizzazione delle donne democratiche iraniane, il Fronte nazionale democratico, il Partito democratico del Kurdistan Iraniano ecc., sostenuti da numerosi partiti europei, fra cui il Partito radicale in Italia ma non da fazioni fondamentaliste islamiche o dai liberali monarchici del Partito costituzionalista dell’Iran guidato dal figlio dello scià persiano Reza Ciro Pahlavi.

Dopo l’uccisione del generale Suleimani, un comunicato del 7 gennaio 2020, pubblicato nel sito in lingua italiana del Ncri, dal titolo “È ora di cacciare l’IRCG ( Pasdaran) dalla regione”, riporta una dichiarazione della sua leader, Maryam Rajavi, destinata a parere dei seguaci ad essere l’eventuale capo di governo di un Iran post- ayatollah, che definisce l’omicidio «un colpo irreparabile al regime clericale».

Un’altro partito in campo, il Partito comunista del Tudeh, pur bandito per il timore della dirigenza sciita che la rivoluzione del 1979 portasse al potere non Khomeini, ma un partito filosovietico, ha rilasciato un comunicato a nome del comitato centrale che condanna “le avventurose e pericolose politiche dell’imperialismo americano”, l’“urgente necessità di intensificare gli sforzi per preservare la pace nella regione”, definendo l’omicidio di Suleimani una “palese violazione della sovranità nazionale irachena e di tutte le leggi internazionali”.

Ergo, anche fra i dissidenti non vi è unanime giudizio.

 

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