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Libia, il governo vuole rimodulare la missione militare

L’intervento del ministro Di Maio in Parlamento. La conferenza di Berlino nel fine settimana stabilirà le modalità di intervento. E il governo italiano dovrà chiarire come intende agire
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Garbato e impietoso, Pier Casini, ieri mattina al Senato, ha preso la parola subito dopo l’informativa del ministro degli Esteri Di Maio e ha segnalato che sull’encomiabile linea appena illustrata nessuno, da Salvini all’estrema sinistra, potrebbe essere in disaccordo. Feroce dietro i modi cortesi, Casini si era anche appuntato quei punti.

Si può revocare in dubbio la scelta di adoperarsi per il cessate il fuoco stabile o il rifiuto dell’opzione militare? Chi mai oserebbe farlo? Non era un complimento ma una critica, sia pure priva di astiosità e persino di polemica, consapevole anzi di quanto poco spazio di manovra sia rimasto, sul teatro libico e su quelle mediorientale tutto, all’Italia, e non per colpa di Conte o Di Maio.

La politica estera italiana, nell’area nella quale proprio l’Italia aveva esercitato per decenni la massima influenza, non può andare oltre l’enunciazione di ovvie e indiscutibili posizione di principio del tutto giuste e ragionevoli, ma ininfluenti, perché, proseguiva l’ex presidente della Camera, ha perso ogni possibilità di esercitare una moral suasion capace di rendere cogenti quei princìpi.

In questa situazione, Conte e lo stesso Di Maio possono solo fare quel che effettivamente fanno e non nel peggiore dei modi. Cercare di allacciare fili diplomatici, passare da un incontro all’altro e da una telefonata all’altra, offrirsi come mediatori, cercare di creare canali di comunicazione tra quelli che contano e incidono davvero. Nulla di meno ma anche nulla di più e non è molto.

L’assenza di peso dell’Italia, l’impossibilità di esercitare quella moral suasion di cui parlava Casini, non dipendono, come è stato qua e là sostenuto, dalla mancanza di una forza militare. L’Italia, al contrario, è il paese estero con il contingente militare più forte sul territorio libico, e neppure solo dal fatto, comunque non certo trascurabile, che è difficile presentarsi come ‘ equidistanti’ dopo essere stati per anni i più fermi sostenitori di uno dei due contendenti, Serraj. E’ vero la sua presidenza godeva della legittimazione dell’Onu, ma è anche vero che era a tutti chiaro che il controllo di Serraj, Onu o non Onu, non andava oltre la Tripolitania e che la presa del suo rivale Haftar sulla Cirenaica non era scalfita.

Ma ancor più di questo elemento pesa l’intervento militare del 2011, ‘ particolare’ su cui lo stesso Di Maio ha glissato e che ha denunciato con adeguata puntualità quasi solo la presidente del gruppo Misto De Petris. Da quella sciagurata guerra combattuta anche dall’Italia contro i propri stessi interessi non si sono più ripresi né l’Italia né il suo peso specifico in Libia. Anche perché da allora le cose sono andate solo peggio. Italia e Francia si sono imbarcate in un conflitto indiretto, a sostegno di Sarraj o di Haftar nel caso di Parigi, dal quale l’intera Ue, incapace di svolgere un ruolo meno che periferico per le sue divioni, esce ridotta a comprimaria, con la parziale eccezione della Germania. Da questo punto di vista Di Maio è stato ieri esplicito nel riconoscere il peso delle divisioni nell’indebolimento del ruolo dell’Europa. Dell’eventuale rafforzamento del contingente italiano Di Maio non ha parlato.

Lo ha fatto in compenso, di fronte alle commissioni congiunte, il ministro della Difesa Guerini, citando la “possibile rimodulazione del nostro sforzo militare’. Nella notte precedente, di fronte ai capigruppo sia di maggioranza che d’opposizione, il premier aveva chiarito che non si tratterebbe di truppe d’interposizione ma che l’eventuale missione, composta da militari tedeschi, francesi e spagnoli oltre che italiani, ma di una missione, sotto egida Onu, di ‘ peace monitoring’.

Al momento, senza che sia ancora stata firmata neppure la tregua tra Haftar e Sarraj, il problema pare distante. Ma dopo la conferenza di Berlino di domenica prossima, se le cose andranno come si spera, l’opzione finirà in tempi stretti sul tavolo del governo e della maggioranza. A quel punto la formula vaga e apertamente contraddittoria usata in questi giorni da Conte e Di Maio, ‘ militari sì ma solo in condizioni di totale sicurezza’, dovrà essere tradotta in pratica. Senza una propria autorevolezza, con l’incarico di ‘ monitorare’ un’intesa dettata da Paesi che non farebbero parte del contingente, Russia e Turchia, con alle spalle una missione rovinosa e non dimenticata in Libia, sarà un compito ben più difficile e soprattutto più rischioso di quanto non appaia dai dibattitti parlamentari e dai vertici di questi giorni.

 

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