Commenti 15 Jan 2020 12:55 CET

Matteo Salvini a processo: il pasticciaccio regolamentare

Il Senato potrà ribaltare la proposta della giunta e concedere l’autorizzazione con votazione nominale

È all’esame della Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato la domanda di autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro di persona aggravato perché alla fine dello scorso luglio trattenne per quattro giorni sulla nave Gregoretti 131 immigrati. Domanda inoltrata dal tribunale dei ministri di Catania nonostante che la procura si fosse pronunciata per l’archiviazione. In occasione del “caso Diciotti”, del tutto analogo, il governo – da Conte a Di Maio – fece quadrato attorno a Salvini e la Giunta di Palazzo Madama disse di no al processo. Ora che la Lega non fa più parte del governo, la maggioranza di centrosinistra non intende sentire ragioni. A suo insindacabile giudizio, Salvini, e soltanto lui, va processato. Non solo, ma la delibera della Giunta dovrà intervenire dopo le elezioni regionali del 26 gennaio per non fare di Salvini un martire e spianargli la strada della vittoria. Per stare a un detto popolare, si vuole la botte piena con la moglie ubriaca. Salvini a processo: il voto è solo politico il guazzabuglio è tutto regolamentare.

Troppa grazia. E tutto questo a prescindere, per dirla con Totò. A prescindere dalla relazione del presidente della Giunta Maurizio Gasparri, contraria al processo per tutta una serie di argomenti di carattere giuridico se non altro degni di considerazione. A prescindere dalle parole di Giuseppe Conte, che nell’intervista al Corriere della Sera di domenica ammette, sì, di essersi interessato alla ripartizione dei suddetti migranti tra i Paesi dell’Unione europea. Ma poi sorvola sul presupposto di questo intervento, quasi che non esistesse l’articolo 95 della Costituzione, secondo il quale “Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”. E, per di più, “Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

Ma è sulle procedure parlamentari che si gioca la partita. Com’è noto, nel dicembre scorso, ai sensi dell’articolo 29 del regolamento del Senato, l’ufficio di presidenza della predetta Giunta, integrato dai capigruppo, deliberò all’unanimità che il voto finale su Salvini intervenisse il 20 gennaio. E questo per un riguardo del presidente Gasparri nei confronti dei senatori Grasso e Giarrusso, esponenti della maggioranza, in missione negli Usa per una settimana. Ma tutto questo alla maggioranza non basta. Non si accontenta di mandare sotto processo Salvini, che in caso di condanna – in forza della legge Severino – dovrebbe dire addio al Senato.

No, pretende di andare oltre il 20 gennaio per la sospensione dei lavori deliberata dalla conferenza dei capigruppo del Senato al fine di consentire ai senatori la partecipazione alla campagna elettorale. Ma l’argomento, è chiaro, non vale per una Giunta che ha natura paragiurisdizionale. E allora, per tirarla per le lunghe, il grillino Crucioli chiede la situazione sanitaria della nave Gregoretti. Di competenza, semmai, del tribunale dei ministri. Ma non della Giunta ed eventualmente in ultima istanza dell’assemblea, legittimate a un no all’autorizzazione a procedere qualora l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo. Perciò il presidente Gasparri avrebbe potuto non mettere in votazione la proposta pentastellata perché irrilevante.

E invece l’ha posta ai voti ed è stata respinta con 10 voti contro 10. Apriti cielo! Si è obiettato che il presidente l’ha fatta votare subito. E, di grazia, quando sennò? Si è obiettato che il presidente Gasparri, uno dei parlamentari più anziani perché eletto ininterrottamente dal 1992 e perciò buon conoscitore delle norme regolamentari, non avrebbe dovuto votare. Un addebito privo di senso. Perché solo il presidente di assemblea non partecipa ai voti da quando nel 1877 l’allora presidente della Camera Francesco Crispi si fece togliere dalla chiama. Ma la consuetudine non vale affatto per i presidenti di Commissione e di Giunta. E chi afferma il contrario non sa quello che dice.

Insomma, tanto rumore per nulla. Ma è destino dei gattini ciechi rimanere vittime della hegeliana eterogenesi dei fini. Perché il troppo stroppia. La maggioranza vuole davvero rinviare il voto su Salvini a dopo il 26 gennaio? Molto bene. A questo punto, per venire incontro alla richiesta della maggioranza, il presidente Gasparri ha convocato per le 19 di ieri l’ufficio di presidenza della Giunta, integrata dai capigruppo, al fine di rimodulare il calendario dei lavori. E siccome l’unanimità non è stata raggiunta, la parola è passata alle 20 alla Giunta. Che, a maggioranza, ha stabilito che si voterà prima del 20 gennaio. Con il risultato che la Giunta dirà di no all’autorizzazione a procedere contro Salvini.

Ma l’assemblea di Palazzo Madama, ai sensi dell’articolo 135- bis del suo regolamento, potrà ribaltare la proposta della Giunta e concedere l’autorizzazione con votazione nominale. Vale a dire a scrutinio palese. Perché il no all’autorizzazione dovrebbe ottenere il voto favorevole della maggioranza assoluta dell’assemblea. Cioè la metà più uno dei componenti: un quorum proibitivo per chi sta all’opposizione. E allora il risultato finale sarà con ogni probabilità questo: uno a uno e palla al centro.

 

 

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