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Il problema della Chiesa non è il celibato ma il ruolo dei sacerdoti

Il sinodo dell’Amazzonia voluto da Francesco per rispondere a chi interpreta la tradizione come immobilismo. La chiesa non è più eurocentrica
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La decisione del papa emerito Ratzinger di ritirare la propria firma dal libro nel quale il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto divino, dedica 175 pagina alla difesa del celibato dei presbiteri, “c’è un legame ontologico- sacramentale tra sacerdozio e celibato”, non sorprende affatto. La Chiesa e un nuovo ruolo del sacerdote Per i due papi il problema non è il celibato

La decisione del papa emerito Ratzinger di ritirare la propria firma dal libro nel quale il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto divino, dedica 175 pagina alla difesa del celibato dei presbiteri sostenendo tra l’altro che “c’è un legame ontologico- sacramentale tra sacerdozio e celibato” non sorprende affatto. Rappresenta piuttosto un elemento di chiarificazione finale del rapporto fra il pontefice attuale e il suo predecessore e sulla visione comune rispetto ai problemi della Chiesa.

Pensare che esista un contrasto tra Papa Francesco e Benedetto XVI a proposito del celibato dei presbiteri risulta quasi offensivo per due personaggi di tale levatura. Il pontefice in carica e il suo predecessore hanno speso la vita nella Chiesa cattolica e trascorso il primo oltre sei anni e il secondo quasi otto al suo vertice. La conoscono bene, e sanno quali sono i suoi problemi.

Fra i più urgenti non c’è la questione del celibato dei presbiteri, una norma organizzativa, una “disciplina ecclesiastica della chiesa latina” che non trova riscontro in alcun dogma proclamato. Nella Chiesa cattolica i preti sposati sono numerosi. Provengono dalle conversioni di pastori anglicani, ai quali non viene chiesto di rinunciare al matrimonio regolarmente contratto proprio in base a una disposizione emanata da Benedetto XVI, la Costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus”, e dalle due diocesi, per la precisione eparchie, di Lungro e di Piana degli Albanesi, nelle quali è rimasto in vigore il rito greco, praticato in antico e mantenuto fino a oggi invariato, nonostante la permanenza nella dipendenza da Roma al momento dello scisma.

Ben più rilevante si presenta oggi il problema di una ridefinizione complessiva della figura del prete nel terzo millennio. Quella attuale nacque al Concilio di Trento, concluso nel 1563. Fu allora che si formalizzò il sistema fondato sulla sequenza vescovo, diocesi, seminario, parrocchia, parroco, sopra la quale sta il pontefice, vertice indiscusso della gerarchia ecclesiale. Occorse circa un secolo per mettere in atto quanto deciso, ma il successo ottenuto si rivelò travolgente. Il problema che il cattolicesimo affrontava in quegli anni consisteva nell’avanzata della Riforma, sostenuta dai principi tedeschi, che era giunta a lambire le Alpi. La Riforma Cattolica, definita anche Controriforma, bloccò il processo in atto e ne invertì la direzione, tanto da riconquistare al cattolicesimo buona parte dei territori d’oltralpe governati dal ramo viennese degli asburgico e da mantenere la Francia in ambito cattolico, dette un impulso prodigioso alle arti e alla letteratura, creando lo stile barocco, in pittura, architettura e musica, e producendo opere quali il Don Chisciotte di Cervantes; si spinse inoltre in paesi lontanissimi, dalla Cina al Sud America, predicando Cristo, ancorché nelle forme e con i limiti ai quali la cultura dell’epoca costringeva.

In termini di organizzazione ecclesiastica, almeno sul piano formale, negli ultimi cinque secoli il cambiamento è stato minimo. Il Concilio Vaticano II si è occupato molto di teologia, di rinnovamento dei riti, con l’introduzione della messa nelle lingue nazionali, e poco di organizzazione. Il crollo demografico dell’Occidente e la crisi delle vocazioni erano sotto l’orizzonte della storia e l’Europa e il Nord America si immaginavano ancora come il centro del mondo, sul piano culturale e su quello più insidioso della sociologia, ritenendo di rappresentare il destino obbligato di tutto il resto del mondo: una sorta di avanguardia dell’umanità proiettata nel futuro.

Il Sinodo sull’Amazzonia voluto da Papa Francesco fa parte di una sorta di pedagogia pontificia per quella parte della Chiesa che interpreta la tradizione come immobilismo, che si oppone al cambiamento perché teme possa aggravare i problemi anziché risolverli. A loro il Sinodo mostra con evidenza che il cambiamento è già avvenuto, che la Chiesa eurocentrica ha perduto parte della sua carica espansiva perché ogni chiesa è anche manifestazione della società che la esprime storicamente.

Se l’Europa è chiusa su se stessa, non riesce ad accogliere i fratelli in difficoltà né a credere nel proprio futuro proiettando in esso una discendenza, difficilmente la chiesa che in essa vive dimostrerà il dinamismo di cui c’è necessità. A meno di non saper scavare fino alle radici per ricollegarsi ad esse e nello stesso tempo porsi con coraggio di fronte alle realtà del mondo di oggi, che vanno dalla povertà alla crisi ecologica, dalle crescenti disuguaglianze allo spostamento di masse umane da un continente all’altro, alle nuove possibilità offerte dalla scienza nel campo, delicatissimo, della vita, del suo inizio e della sua fine.

Per affrontare un progetto simile è necessaria una rivisitazione della figura del suo maggior protagonista, il sacerdote, confrontandosi con i problemi del suo reclutamento, della sua formazione, del suo inserimento nella società.

In questo contesto, del quale Benedetto XVI e Papa Francesco sono perfettamente consapevoli, voler individuare, e sottolineare, un loro disaccordo sul tema del celibato dei presbiteri risulta palesemente strumentale e confessa una diffusa ignoranza riguardo alle problematiche in essere nella Chiesa e al livello di riflessione in merito ad esse esistente al suo interno.

 

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