Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Ilva, l’altoforno 2 rimane acceso. Riparte la trattativa governo-Arcelor

La decisione del riesame. L’esecutivo dovrà risolvere I due nodi: gli esuberi e il ripristino dello scudo penale, senza il quale non ci sarebbero margini per un accordo
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

L’Altoforno 2 non sarà spento. Nell’ultimo momento utile prima che le procedure diventassero, oggi stesso, irreversibili il Tribunale del Riesame di Taranto ha accolto il ricorso dei commissari Ilva e sospeso le procedure di spegnimento. Arcelor Mittal ha ora 14 mesi di tempo per completare la messa in sicurezza dell’Afo 2, con scadenze intermedie precisate dal tribunale: una tappa entro 9 mesi, un’altra fra 10 mesi.

Se la sentenza fosse stata di segno opposto, sarebbero scattate immeditatamente 3.500 richieste di messa in cassa integrazione straordinaria nell’acciaieria, ma le conseguenze in termini occupazionali sull’indotto, non solo a Taranto, sarebbero state più ampie e più esiziali. Soprattutto, l’ordine di spegnimento avrebbe avuto un peso negativo forse insuperabile sulla trattativa in corso tra lo Satto italiano e la multinazionale Arcelor Mittal per superare la crisi dell’Ilva evitando una chiusura disastrosa su tutti i fronti.

Non è una sentenza a sorpresa, prima di tutto perché sulla sorte dell’Afo 2, è in corso da anni un braccio di ferro sia a livello nazionale che nella magistratura della città pugliese. Alla fine di luglio il giudice monocratico Francesco Maccagnano aveva ordinato lo spegnimento dell’altoforno, non essendo ancora state portate a termine le modifiche ordinate dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella, il 12 giugno 2015, in seguito alle ustioni riportate quando, quattro giorni prima era stato investito da un getto di ghisa liquida incandescente. Dopo quella tragedia la magistratura aveva ordinato il sequestro dell’altoforno.

Il governo Renzi era intervenuto con un decreto, in nome dell’ ‘ importanza strategica per l’economia nazionale’. Nel marzo del 2018, sulla base del ricorso avanzato dal gip di Taranto Rosati, aveva dichiarato incostituzionale il decreto. La nuova proprietà della più grande acciaieria d’Europa, la multinazionale Arcelor- Mittal, aveva quindi concordato con l’autorità giudiziaria un piano di lavori sull’Afo, che restaqva sotto sequestro ma con facoltà d’uso.

Nel gennaio del 2019 la multinazionale aveva chiesto al gup Carriere il dissequestro ma il responso, arrivato in giugno, era stato negative. Le perizie avevano accertato che le prescrizioni non erano state ancora esaudite. In luglio Maccagnano aveva ordinato quindi lo spegnimento, ma il Riesame aveva invece accolto il ricorso dando all’azienda tempo sino al 14 dicembre scorso.

A quel punto, però, la vicenda dell’Afo 2 si era intrecciata con l’esplodere dello scontro fra Stato e azienda sulla sorte dell’Ilva, dopo che Arcelor, a novembre, aveva annunciato la decisione di dismettere Ilva in seguito all’eliminazione dello scudo penale da parte del governo. La procura si era detta favorevole, ai primi di dicembre, alla proroga richiesta dai commissari. Maccagnano, il 10, dicembre aveva preso la strada opposta confermando l’ordine di spegnimento. Sentenza rovesciata ora dal riesame.

A questo punto, dunque la strada verso l’accordo con Arcelor è stata sgombrata almeno dall’ostacolo principale. Non significa che la partita sia chiusa. Il punto di partenza concordato il 20 dicembre scorso dalle parti in causa, con termine per la cnclusione dell’intesa per la fine di gennaio, prevede un investimento diretto da parte dello Stato italiano e un piano di esuberi ancora tutto da definirsi ma bocciato in partenza dai sindacati.

Martedì scorso il governo si è impegnato a convocare le banche ( Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm) la Cdp e il Tesoro, creditori nei confronti di Ilva, per concordare la trasformazione di una parte dei crediti in titoli della new company, lo Stato subentrerebbe direttamente attraverso Invitalia, Agenzia per lo sviluppo d’impresa, aggirando così i divieti che bloccano la Cdp, cassa depositi e prestiti. Nella new company, Am InvestCo, Arcelor manterrebbe il 60% delle azioni, SAtato e banche il restante 40%.

Se il progetto andrà avanti, il governo dovrà però affrontare i due nodi al momento congelati: gli esuberi e il ripristino dello scudo penale, senza il quale non ci sarebbeo margini di trattativa. Lo scontro politico, tenuto in sordina nel corso delle trattative inziate il 20 dicembre, tornerebbe a quel punto in primo piano.

 

Ultime News

Articoli Correlati