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Ambrosoli imitò il folle volo di Ulisse e morì cercando “virtute e conoscenza”

Eroe civile e simbolo dell’avvocatura, morì assassinato a Milano nel luglio 1979
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È di questi giorni una rievocazione televisiva di Giorgio Ambrosoli, eroe civile e simbolo dell’avvocatura. Nella ricostruzione della torbida vicenda del suo assassinio sono state ricordate le parole di Giulio Andreotti : “Se le è andata a cercare…”.

Spesso, in modo del tutto arbitrario quella frase infelice è stata usata come una sorta di concorso morale nell’omicidio, addossando ad Andreotti l’ennesimo ipotetico misfatto. In realtà quelle parole scolpiscono in modo icastico tutta la differenza tra il modo di pensare di un politico e quello di un avvocato.

Già gli antichi l’avevano compreso con l’adagio Fiat iustitia, pereat mundus, che già in epoca romana criticava l’impostazione di chi, pur di affermare un principio giuridico, non ne misura le conseguenze in altri campi. La politica nasce dalla constatazione dell’inevitabilità del male e del disordine. E’ l’arte del possibile, non del giusto e dell’equo. Uno statista non ha remora a stringere la mano di un dittatore o andare a pranzo con un tiranno sanguinario: sa che in quel momento quello è il suo referente e con cui lui deve parlare. Poi, a distanza di qualche giorno, può decidere di radere al suolo il suo Paese e di farlo ammazzare, se le circostanze lo rendono utile.

L’avvocato è invece immerso in un mondo di perfezioni, che per quanto provvisorie e artificiali ( come ha ricordato Gianrico Carofiglio), tendono a eliminare il disordine. La pena ma anche il processo e la stessa norma giuridica in sé hanno il compito di liberarci dal male. Le liti si compongono attraverso le prescrizioni delle leggi, che orientano gli uomini verso la buona fede, la diligenza, la correttezza.

Quando le norme non bastano ci sono i contratti, che vanno interpretati sulla base degli stessi principi, come se gli uomini con il loro odio reciproco fossero esseri puramente razionali. E poi il processo : la grande purificazione delle passioni, dove anche i nomi delle persone si mutano in quelli di parti di una rappresentazione. Infine, se proprio serve, la pena che espia il peccato e ristora la pace sociale.

L’avvocato è totalmente in mezzo al diritto, molto più del giudice e del pubblico ministero che sono espressione di un Potere e quindi sono anche, in senso lato, dei politici. Accecato da questo amore per il buono e l’equo, l’avvocato, se è un uomo di valore, è naturalmente a disagio in politica.

Non gli sfuggono certo, a livello intellettuale, le conseguenze del suo agire, ma è inevitabilmente attratto dall’osservanza delle regole, dalla norma eretta a costume di vita.

Il destino di Ambrosoli che andò incontro alla morte consapevolmente è paragonabile al “folle volo” di Ulisse nella Divina Commedia: un viaggio incontro ai mostri, intrapreso per la necessità di seguire “virtute e conoscenza”.

Con ironia Giulio Andreotti all’esordio dei suoi problemi giudiziari, notò che la sua laurea in Giurisprudenza era ormai arrivata a prescrizione. Da uomo acuto qual era si rendeva conto che il tempo è un fattore essenziale nella vita, ma in realtà involontariamente fece trapelare tutta la sua estraneità al mondo del diritto, fatto di regole precise e di scontri in campo aperto.

Si sarebbe voluto laureare in medicina e scelse gli studi giuridici solo per convenienza e necessità. Due sostantivi che hanno sempre orientato le sue decisioni.

Davanti al male, inevitabilmente nascosto negli arcana imperi, nei segreti di ogni Stato, non è prudente politicamente aprire veli o guardare negli occhi la Medusa, piuttosto serve sfuggirle con sagacia. Sono riflessioni che si materializzano nell’Aula Magna della Corte di Cassazione , dove si vede , alto nel soffitto , Giustiniano che, sulla sommità del suo trono, getta per terra alcuni ricorsi e ne accoglie altri con braccio solenne.

Procopio, che ne fu lo storico, di lui ci fa due profili: uno bello e intonato alla decorazione, un altro, nella Storia Segreta, decisamente più prosaico e avvilente. Ma nell’Aula Magna della Suprema Corte conviene vederlo con il suo diadema da Imperatore giusto, immaginando che i ricorsi accolti siano i più meritevoli. Forse è un’ illusione, come l’effetto ottico dell’aula, ma se quella decorazione non ci fosse bisognerebbe dipingerla.

 

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