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Sea Watch, la nave di Carola Rackete torna di nuovo in mare

La comandante aveva deciso di attraccare al porto di Lampedusa dopo 17 giorni per portare in salvo I 53 migranti allo stremo
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Carola Rackete batte ancora Matteo Salvini, con il dissequestro della Sea Watch 3, che ieri ha vinto il ricorso davanti al Tribunale Civile di Palermo. A comunicarlo, con un tweet, è la stessa ong, che ora può tornare in mare dopo oltre cinque mesi, ovvero dal giorno in cui venne posta sotto sequestro dopo l’ingresso forzato al porto di Lampedusa operato da Rackete, successivamente arrestata dalla Guardia di Finanza e, poi, rimessa in libertà dal gip di Agrigento per aver rispettato l’obbligo di legge di soccorrere persone in pericolo.

«La giustizia trionfa sull'( ex) decreto sicurezza», afferma l’ong, che ora potrà lasciare il porto di Licata. La nave si trovava sotto sequestro amministrativo per aver violato il divieto di ingresso in acque italiane imposto dal decreto sicurezza bis, entrato in vigore, all’epoca, da pochi giorni. Il dissequestro penale, invece, era stato disposto lo scorso 25 settembre, in quanto erano cessate le esigenze cautelari.

La ong lamentava di non avere ricevuto l’autorizzazione a lasciare il porto e di avere pertanto, lo scorso 11 ottobre, chiesto alla Prefettura di Agrigento di dichiarare cessati gli effetti del sequestro a fronte del silenzio assenso, comunicando, 17 giorni dopo, l’intenzione di lasciare il porto. L’Ufficio Circondariale Marittimo di Licata ha così inviato una nota, comunicando che gli effetti del sequestro non potevano ritenersi cessati, in quanto la Prefettura, due giorni prima, aveva reso noto che il procedimento amministrativo era ancora in fase di definizione.

Nel ricorso, i legali della ong avevano evidenziato il rischio che «all’organizzazione venga definitivamente preclusa l’attività di soccorso in mare, con pregiudizio irreparabile a diritti inviolabili della persona, costituzionalmente e internazionalmente garantiti». Argomentazioni contro le quali l’avvocatura distrettuale aveva richiamato «la necessità di salvaguardare le preminenti esigenze di ordine e sicurezza pubblica, garantite dal sequestro». Ma entrambe le tesi, stando al provvedimento firmato dal giudice Rachele Monfredi, vanno ben oltre la questione.

Secondo la tesi dell’avvocatura distrettuale, il silenzio assenso non sarebbe configurabile, «in ragione della “discrezionalità eccezionalmente ampia che connota il provvedimento ministeriale di divieto di ingresso e sosta della nave nel mare territoriale nazionale” adottato il 15 giugno 19, del quale il sequestro costituirebbe “implicazione obbligata” e della conseguente asserita irragionevolezza della soluzione che attribuisce all’autorità periferica “il singolare potere di mettere nel nulla, mediante il semplice non esame di un ricorso amministrativo, un provvedimento sostanzialmente imputabile all’Autorità collocata al vertice politico del ramo di amministrazione”». Un’argomentazione che per il giudice, però, «non coglie nel segno».

Il sequestro, afferma infatti Monfredi, «non è un’implicazione obbligata del provvedimento del ministro, tanto meno un atto del ministro». È proprio il testo unico sull’immigrazione, così come modificato dal decreto Salvini, a individuare espressamente nel Prefetto l’organo deputato a infliggere la sanzione amministrativa e a gestire il sequestro. Il prefetto avrebbe, dunque, dovuto rispondere alla richiesta della ong e la sua «inerzia», prolungatasi oltre i termini previsti dalla norma, ha dunque reso inefficace il sequestro.

La decisione, dunque, non entra nel merito del decreto sicurezza bis, ma se ne avvale, nella misura in cui è stato lo stesso ministero dell’Interno – nella sua articolazione territoriale, ovvero la Prefettura – a disattenderne i termini. E nel giorno in cui il tribunale “libera” la Sea Watch3, Mediterranea Saving Humans lancia la sua campagna social per la liberazione delle navi umanitarie, trovando come primo firmatario lo scrittore Roberto Saviano. «Adesso basta, basta una firma.

Gli attuali ministri dell’Interno, della Difesa, delle Infrastrutture e trasporti potrebbero, con una loro semplice firma, decidere il dissequestro della nave Mare jonio e della barca a vela Alex – afferma Mediterranea -. Sarebbe infatti sufficiente che accogliessero le richieste di “revoca in autotutela” dei decreti interministeriali emanati dal precedente governo, liberando subito le nostre imbarcazioni così come Sea- watch- 3 ed Eleonore. Il sequestro amministrativo delle navi di soccorso è stato un atto di pura ostilità politica, è tempo che una politica coraggiosa ripristini lo stato di diritto».

 

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