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Javed Ahktar: «Nei miei versi un invito alla cultura del dubbio per ripensare la modernità»

Javed Ahktar poeta e figura di spicco del cinema di Bollywood. Fresco di stampa il libro di liriche “in altre parole, altri mondi”, prima traduzione italiana della poesia dello sceneggiatore indiano vincitore di prestigiosi premi internazionali
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«Penso che sia essenziale per la poesia porsi delle domande». Tale convincimento sostanzia in profondità e in maniera evidente le 45 liriche che compongono il primo libro di versi tradotto in Italia del noto sceneggiatore e paroliere indiano Javed Ahktar – figura di spicco nell’industria cinematografica di Bollywood e vincitore di prestigiosi riconoscimenti internazionali – intitolato In altre parole, altri mondi e pubblicato recentemente dai tipi di Besa Editrice.

Ahktar, ritiene che il dubbio possa costituire un valore aggiunto per la sua produzione poetica?

Dalla sua origine, vi sono due tipi di umanità: una che ha venerato l’ignoranza – ed è sempre vissuta nel suo alveo – e l’altra che ha posto interrogativi, manifestando un attegiamento critico nei confronti del reale. In una mia poesia intitolata “Il dubbio”, trova rappresentazione questo duplice modo di porsi nei confronti delle cose e della società e viene esposto un fondamentale quesito: devo andare avanti schiacchiando gli altri o devo farmi schiacciare da loro?

Il componimento si conclude proprio con la domanda: «Coscienza mia! Tu che sei così fiera del tuo senso della giustizia dimmi a quale verdetto sei oggi giunta?». Il trovarsi scissi tra due tipi di atteggiamenti contrapposti costituisce proprio questo dubbio di fondo.

La poesia appartiene al suo DNA, lei proviene da una famiglia di poeti e letterati…

Non credo che il talento risieda nel DNA. Perché il DNA si modifichi o mostri la propria azione sono necessari molti anni, addirittura secoli. Penso che molto dipenda piuttosto dal contesto culturale in cui si vive, che può favorire certe predisposizioni creative.

Un’altra sua poesia, «Sulla scacchiera della vita», si conclude con i versi «In una mano stringe la vittoria nell’altra la solitudine». Le nostre società non offrono una terza via?

La vita è fatta così. Utilizzerei al riguardo la metafora della montagna: più si ascende più la strada si restringe e aumenta la propria solitudine. Se da una parte si acquisisce la capacità di vedere dall’alto, ottenendo un discernimento più ampio ed esaustivo della complessità dei problemi, dall’altra si diventa sempre più soli. Non si tratta di alternative, ma di due facce della stessa medaglia: la vittoria implica la solitudine.

In molte sue liriche ricorre il tema della città. Ritiene che le odierne città costituiscano veri spazi di socialità o rappresentino meri accumuli di persone?

Penso che costituiscano un caos molto organizzato. In esse la velocità con cui si vive inficia la profondità dello sguardo e dell’esperienza. Se ci si muove continuamente risulta impossibile mettere radici. Mentre nelle grandi città l’esistenza può risultare straniante e a tratti feroce, nei piccoli centri è ancora possibile curare i rapporti interpersonali, sviluppare ritmi più umani e ritagliarsi maggiori spiragli di riflessione su quanto accade. Le metropoli defraudano anche della possibilità di pensare a quello che vivi e, soprattutto, a come lo vivi.

Lei è un intellettuale molto critico e assume spesso posizioni molto personali. Cosa pensa di questo secondo mandato governativo del premier Narendra Modi?

Nelle moderne democrazie niente è permanente, tutto può mutare. Non vi sono governi che durino all’infinito, ma ciascuno di essi, se non ritenuto valido, può essere sostituito. Questo governo è spostato verso destra, mentre personalmente, pur non essendo comunista, sono sempre stato schierato a sinistra.

Nella vita, tuttavia, capita di dover accettare dei pacchetti composti da bene e male in diversa misura. Da una parte, trovo talune consonanze con il presente governo – come, ad esempio, per quanto riguarda la mia personale battaglia per la difesa del diritto d’autore, cui nel 2012 è stata dedicata una legge importante – mentre, dall’altra, vi sono naturalmente punti di vista diversi.

In che modo la sua esperienza cinematografica ha influenzato la sua poesia e viceversa?

Fin da bambino ho sempre avuto una grande capacità di visualizzare storie, situazioni e personaggi. Lavorando successivamente come sceneggiatore, ho trasposto questo mio talento naturale in ambito cinematografico. Con grande naturalezza e senza una premeditazione razionale, questa mia capacità di visualizzazione ha influenzato anche la mia attività poetica, spingendomi a imprimere sulla pagina immagini e suggestioni.

Cosa ne pensa del cinema indiano attuale?

Trovo che il panorama del cinema indiano di oggi sia molto complesso e variegato.

A pellicole commerciali e mediocri fanno da contraltare film particolarmente sottili e profondi.

Qualche anticipazione sui suoi prossimi progetti?

Ho scritto circa 1500 canzoni e per undici anni ho lavorato come sceneggiatore, prima di fermarmi per un po’ di tempo. Ora, tuttavia, credo sia il momento giusto per scrivere un nuovo film e tornare a occuparmi di nuovo di cinema.

 

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