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Parlamento, il taglio può attendere. Quorum per il referendum

La riduzione dei parlamentari non potrà scattare a gennaio. Raggiunto il quorum per la consultazione popolare. Salvini: «la scelta migliore». Elezioni più lontane?
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Quota 64 è stata raggiunta. Le firme dei senatori necessarie per indire il referendum confermativo della riforma costituzionale che taglia di un terzo il numero dei parlamentari sono arrivate, grazie al supporto di Fi ma anche di FdI e della Lega. Tutto fermo per sei mesi dunque nel corso dei quali, se la legislatura dovesse chiudersi, si voterebbe per il Parlamento come è attualmente, senza nessuna sforbiciata.

Per il governo non è una buona notizia. E’ evidente che l’entrata in vigore del taglio sconsiglierebbe ai partiti di sfidare le urne, sapendo di dover contare su una truppa parlamentare ridotta, ma soprattutto spingerebbe molti parlamentari a difendere ancor più strenuamente la legislatura, dato che le loro chances di rielezione scemerebbero di parecchio. Proprio per questo il 12 gennaio, data nella quale la riforma sarebbe dovuta diventare legge, era stata indicata come una sorta di data limite per chi, nella maggioranza fosse tentato dalle elezioni anticipate. Le 64 firme depositate ieri rinviano di sei mesi quel termine, ma in condizione ben diversa. Con il 12 gennaio come deadline, infatti, la crisi sarebbe dovuta arrivare a finanziaria aperta, con conseguenze disastrose quanto a effetti sui mercati e a tenuta dei conti pubblici.

Sei mesi di tempo offrono al ‘ partito della crisi’ ben altro respiro e non solo perché nessuno sarà più tallonato dall’obbligo di chiudere prima la finanziaria e di evitare l’aumento dell’Iva. Di qui alla primavera, infatti, si chiarirà se la coalizione al governo ha una prospettiva strategica ed è il preludio a un’alleanza politica, a un nuovo centrosinistra, oppure se non può andare oltre la funzione misera di ‘ diga anti- Salvini’. Nel primo caso, il governo sarà molto più forte e il Pd, che mira proprio all’alleanza di lungo respiro, avrà tutto l’interesse a blindarlo. Nella seconda ipotesi, la difesa del governo da parte di Zingaretti sarà, se non inesistente, certo ben poco motivata.

Nei prossimi mesi, inoltre, si scioglierà l’enigma sulla capacità di coesione di questa maggioranza. Conte e il Pd sperano di superare la ‘ falsa partenza’ di questi mesi, spiegandola con le fibrillazioni dovute alla rocambolesca formazione del nuovo governo e all’obbligo di affrontare subito lo scoglio della legge di bilancio. Nell’esecutivo molti sono convinti di essersi ormai lasciati il peggio alle spalle e sperano davvero in quella ‘ ripartenza’, grazie alla verifica e alla definizione di un ‘ cronoprogramma’ in gennaio, su cui il premier ha di fatto scommesso tutto. Va da sé che, ove la scommessa fosse persa e la rissa continua proseguisse, le chances di sopravvivenza del governo finirebbero in picchiata.

Infine, il rinvio permette di decidere se votare subito, prima del taglio, o se rinviare con alle spalle il test fondamentale del 26 gennaio: le elezioni in Emilia- Romagna e in Calabria. Tra tutte le variabili si tratta forse della più decisiva.

C’è un secondo effetto incisivo legato al raggiungimento del quorum: la possibilità di riscrivere la legge elettorale in tempo per votare senza pagare lo scotto del taglio dei parlamentari. Gli effetti negativi della riforma costituzionale sia sul piano della rappresentanza politica che di quella territoriale possono infatti essere calmierati solo da una nuova legge elettorale proporzionale. Per ora non c’è nessun accordo. Il Pd insiste per una quota maggioritaria e considera una soglia di sbarramento alta, al 5%, la linea del Piave. Per LeU una simile soglia sarebbe esiziale ma anche la Italia viva di Renzi mira ad abbassare la soglia. Salvini dovrebbe fare blocco con il pd, avendo proposto addirittura un referendum che si prevede, ma bisognerà aspettare la fine di gennaio per esserne certi, che verrà bocciato dalla Consulta. Le cose stanno diversamente e il leader della Lega sembra invece tentato da un meccanismo proporzionale che gli consentirebbe, ancora una volta, di non legare la propria sorte a quella degli alleati di centrodestra.

Ma alla fine anche sulla scelta del sistema elettorale peserà soprattutto l’esito del voto del 26 gennaio e del contraccolpo piscologico che, comunque vadano le cose, quel voto avrà su tutti gli attori in campo.

 

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