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Mafie, Europa con le armi spuntate: manca il coordinamento

Le nuove istituzioni Ue chiamate a varare nuove strategie comuni. Solo in Italia esiste il reato di associazione mafiosa: difficile interfacciarsi con gli altri stati membri e non far arenare le indagini.
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Le mafie in Europa esistono. Alcune volte, i segnali della loro presenza sono stati evidenti, come quando la strage di Duisburg del 2007 portò allo spargimento di sangue tra cosche rivali della ‘ ndrangheta insediatesi in Germania. O come quando si parla di riciclaggio: le indagini effettuate spesso mostrano un legame tra la circolazione di consistenti capitali internazionali e attività illecite.

Si pensi alle fatturazioni per op erazioni inesistenti, cioè al transito di capitali che avviene per una supposta vendita di beni o di servizi, solo apparente, che serve a celare la reimmissione nel circuito legale di soldi ottenuti attraverso il compimento di reati. Come avviene, più concretamente? In un incontro con il generale della Guardia di Finanza, Ciro De Lisi, se n’è avuta una spiegazione chiara: poniamo che un imprenditore si presti a compiere tale illecito, per favorire la circolazione di denaro che deve essere trasferito ad una banca.

Si sa che spesso nei Paesi dell’Est europeo vengono costituite delle società cartiere, che emettono fatture per operazioni inesistenti, per occultare quindi una movimentazione di capitali. Se si ha un conto bancario estero sul quale depositare i soldi, questi ultimi possono essere resi disponibili per l’acquisto di beni, attraverso tale strumento. Non si è svolta davvero una prestazione lavorativa, non si è realizzato nulla; ciò nonostante si è avuto uno scambio di denaro che in realtà potrebbe essere stato utilizzato per la compravendita di sostanze stupefacenti.

Un processo del genere, in Europa, in questi ultimi anni ha trovato terreno fertile. Grazie all’ingresso di nuovi Paesi, dal 2004, le frontiere si sono ridotte. Ecco perché è molto importante disporre di informazioni sulla circolazione di beni, persone, merci e capitali.

L’Unione Europea, spesso, è stata ritenuta solo parzialmente in grado di rispondere a questo compito. Come ha affermato il prof. Antonio Nicaso, uno dei principali esperti al mondo di ‘ ndrangheta, docente presso la Scuola Italia del Middlebury College a Oakland, California, dove è anche direttore associate, alla Queen’s University a Kingston, e alla St. Jerome University a Waterloo, in Canada: “Da molti anni, a parole, tutti si dicono favorevoli, poi nei fatti, manca la coerenza. Le proposte restano lettera morta”.

Anche oggi si avverte tale carenza e le istituzioni europee, recentemente rinnovate dal voto di maggio, partiranno in questi giorni con i nuovi programmi pluriennali. Sembra si sia puntato molto sull’ambiente, che può essere un tema connesso anche a quello della lotta alle mafie, considerate le attività illecite svolte dalle organizzazioni criminali anche in tale ambito.

Da questo punto di vista, il principale problema che si pone è quello di un coordinamento che possa fornire le opportune informazioni e creare un contesto di cooperazione tra le autorità, pur tenendo conto di tradizioni giuridiche differenti. È questo il cuore del problema: per poter collaborare, servono gli strumenti. Bisogna per esempio considerare il fatto che il reato specifico di associazione mafiosa esista in Italia, ma non in altri Paesi.

Così un’inchiesta per reati simili che parta nel nostro Paese rischia di arenarsi nel momento in cui ci si interfaccia con altri Stati membri. C’è un grande lavoro da fare, sotto questo aspetto: basti ricordare che, fino al Trattato di Lisbona, l’Unione Europea è stata ideata secondo il principio dei tre “pilastri”. Uno di essi, è stato proprio la costruzione di uno Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia. E, considerati gli avvenimenti di questi ultimi anni, connessi anche all’escalation del terrorismo internazionale di matrice jihadista, c’è ancora molto da fare.

 

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