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Gino Giugni, se rinascesse regolerebbe i precari e l’algoritmo

Dieci anni fa moriva il padre dello statuto dei lavoratori. Da riformista introdusse concetti legati all’autonomia e alla autorganizzazione per cambiare il lavoro e la vita delle persone
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Occuparsi di Gino Giugni, oggi. Nel “mar delle sardine” ci potrebbe essere magari qualche difficoltà ad avvistarne il senso. Eppure non è un caso che, nel commemorarne il decennale della morte, è sembrato opportuno andare oltre la consueta dimensione dell’omaggio formale, magari un po’ datato, al grande giurista e intellettuale del riformismo di questo Paese, al senatore e presidente del Psi. Lo sciame di convegni e ricordi dedicati al “padre dello Statuto dei lavoratori” indica una vitalità del pensiero di Giugni che si è tradotta e tramandata in allievi e amici da anni fortemente attivi in ministeri, vertici istituzionali, università. Ultimo di tali appuntamenti – il più completo dal punto di vista storiografico, politico e umano -, organizzato dalla Fondazione Pietro Nenni assieme alla Uil, sarà di scena oggi per tutta la giornata al “Centro servizi per il Volontariato” di via Liberiana 17 a Roma.

L’interesse verso Giugni ci parla anche, in maniera ancora più stringente, delle caratteristiche peculiari di quel pensiero. Della sua modernità, di un’immutata carica innovativa innestata sull’ “eresia” che fu, e di un’“apertura” nell’approccio metodologico capace di costanti interazioni e contaminazioni. Tanto da potersi riproporre oggi come strumento per affrontare sfide delle quali il povero Giugni non poteva neppure immaginare la portata, come quella imposta da una rivoluzione tecnologica che nel profondo ha inciso e inciderà sul lavoro e sulle vite stesse dei lavoratori. Parlare di Giugni a un giovane che lavori in un call- center o consegni cibi in bicicletta può significare aprirgli uno spiraglio su “modalità” di autonomia e relazioni sociali capaci, se solo trovassero una rappresentanza politica, di modificare un destino collettivo oggi ineluttabile, almeno all’apparenza.

A comprendere ciò che intendeva il professor Giugni, il nucleo delle idee che andava attuando, soccorre un’intervista del giugno del ’ 69 all’Avanti!. “Lo Statuto dei Lavoratori – spiegava come capo della commissione voluta dal ministro Giacomo Brodolini – si pone l’obbiettivo di istituire e regolare il rapporto di lavoro inteso come rapporto sociale e non come un mero rapporto di mercato; difatti lo Statuto dei Lavoratori è prima di tutto una regola sociale, uno strumento per cambiare il potere dentro la fabbrica”.

Temi che fanno comprendere quanto sia stato fuorviante ricondurre lo Statuto alle battaglie sul contestatissimo art. 18 ( frutto, peraltro, di una mediazione che Giugni subì dal ministro Donat- Cattin, succeduto a Brodolini dopo l’improvvisa scomparsa). La verità è che l’impianto dello Statuto sopravvive soprattutto in una logica “operandi” all’interno delle dinamiche del mondo del lavoro. Innovazione radicale, ma non per questo accondiscendente verso quell’ideologia che veniva definita dell’” angelo custode” – la rappresentanza sindacale che avrebbe dovuto accompagnare ogni passo del lavoratore nelle fabbriche, e fin sulla soglia della vita privata -, assai cara al Pci. Tutt’altro: riformismo di pura matrice socialista, e origine intellettuale da rintracciarsi nella formidabile preparazione giuridica di Giugni.

Si introducevano concetti legati all’autonomia e all’autorganizzazione dei lavoratori nei luoghi di lavoro e si riconosceva così la dimensione di potere insita nel contratto di lavoro, per sua natura inevitabilmente asimmetrico. Potere da attenuare attraverso l’affermazione della tutela della dignità del lavoratore ( di Giugni è pure l’enucleazione di salvaguardie sui reati di opinione, sulle discriminazioni eccetera).

Fattori che ben si presterebbero alle riflessioni su un mondo tornato dannatamente precario, con lavori e lavoretti parcellizzati, arrivati ben oltre lo svuotamento di qualsiasi identità personale e collettiva; mondi paralleli e dominati dal potere occulto, insondabile, impalpabile e inattaccabile dell’algoritmo. O condizionati dal ritorno a forme di gerarchia prive di contemperamento nei luoghi di lavoro, e persino di forme di “controllo” sui lavoratori che si ritenevano tramontate per sempre – si sa come la tecnologia favorisca gran parte di questi processi.

“La maggiore tutela dipende dall’autorganizzazione dei lavoratori”, predicava Giugni. E forme di autorganizzazione oramai spuntano dappertutto, oggi, pur sembrando precipitare il più delle volte nel velleitario desiderio di “cambiare il mondo senza bandiere, senza politica”. Un modello privo di significato, se non tradotto in un “primo comandamento” che non si può dimenticare: cambiare il lavoro, per cambiare in meglio la vita delle persone, fossero pure ridotte al rango di “sardine”.

 

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