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Quello giudiziario non è più un ordine ma un potere autonomo, che va regolato

I costituenti, non avevano previsto una evoluzione dell’ordine giudiziario in questo senso, ma il legislatore nel dopo guerra ha aiutato in tutti modi questa tendenza.
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La settimana scorsa il Senato ha dato vita ad un mini dibattito su un tema che avrebbe avuto bisogno di ben altro approfondimento e attenzione: si è avuto la pretesa di discutere del rapporto tra politica e giustizia e del rapporto tra i poteri dello Stato in pochi minuti e con pochi interventi ma tutti incentrati sul finanziamento ai partiti e alle fondazioni per l’esclusivo interesse di uno dei relatori il sen. Renzi.

L’appello del sen. Zanda di non fare un dibattito sui titoli di “coda“, ma di discutere dello stato della nostra democrazia, delle condizioni del Parlamento e del ruolo dei partiti non è stato ascoltato. Il mini sbrigativo dibattito si è soffermato sull’ingerenza della magistratura nelle cose della politica e questo è servito soprattutto al sen. Renzi, che aveva interesse a trovare una tribuna autorevole come l’aula del Senato, per protestare contro le iniziative ben note della procura di Firenze.

Il dibattito al Senato perciò è stato patetico perché improvvisato, senza chiare finalità, senza una ragione istituzionale che giustificasse l’impegno di un’Aula così solenne. Il sistema giustizia e il ruolo del magistrato nella società moderna sono i problemi della democrazia e ognuno dovrebbe averne un profondo convincimento per affrontare un tema così difficile. E allora proviamo a spiegare.

Il problema del rapporto tra i poteri e in particolare il rapporto con la magistratura non si inquadra nella sua reale dimensione se non si fa una analisi a fondo sulle responsabilità che hanno determinato questa situazione e soprattutto sulle responsabilità dei protagonisti della politica. Le colpe della situazione critica che attraversiamo da tempo sono della politica prima che della magistratura perché la politica in effetti è stata miope e reticente e si è piegata sempre alle richieste della magistratura che ha avuto come unico obiettivo il rafforzamento della sua autonomia, più che della sua indipendenza.

I costituenti, non avevano previsto una evoluzione dell’ordine giudiziario in questo senso, ma il legislatore nel dopo guerra ha aiutato in tutti modi questa tendenza. Negli anni ‘ 70, ha consentito la “progressione in Cassazione” che consente appunto a tutti magistrati una promozione automatica fino ai vertici della Cassazione a prescindere dalle funzioni esercitate. Mi opposi strenuamente insieme on. Cossiga e a pochi altri, ma la DC cedette e il Parlamento approvò. Questo ha consentito una funzione della magistratura oltre quella stabilita dall’ordinamento e una irresponsabilità del “potere” giudiziario.

Negli anni successivi la magistratura ha avuto una evoluzione interna con la formazione di correnti soprattutto collegate alla sinistra che hanno contestato il ruolo del giudice come esecutore della legge e esaltato, il ruolo di interprete coraggioso e ardito delle leggi, per fare affermare la figura del giudice di “lotta“. Il legislatore ha dunque assegnato compiti che investono più la funzione politica che non quella giurisdizionale e ciò ha consentito decisioni che hanno avuto e hanno carattere politico.

Questo il programma della sinistra giudiziaria che con l’accordo e il supporto del PCI ha poi fatto crescere il fenomeno di Tangentopoli che ha oscurato la politica e contestato il suo primato. Questa in sintesi la storia dei rapporti anomali che hanno condizionato la democrazia, che non possiamo dimenticare per un dibattito serio. Aggiungo che negli anni ‘ 90 il Parlamento subissato dalle indagini giudiziarie ha espiato il suo senso di colpa eliminando la necessaria e sacrosante immunità: alla Camera con appena cinque voti contrari di pochi, come me, “resistenti”.

Il legislatore insomma ha delegato alla magistratura soluzioni prettamente politiche. La legge contro la corruzione che prevede pene maggiori per i reati di corruzione come se il codice non avesse norme che sanzionano correttamente e in maniera proporzionale il reato di corruzione; le “manette agli evasori“ che si invocano con maggiore pervicacia per la volontà di non risolvere il problema ma per illudere il cittadino invocando appunto una legge; la legge che é un autentico capolavoro in questo senso è il reato di “traffico di influenze” che non ha una fattispecie tipica e lascia il magistrato arbitro di interpretare: perché alla fine il giudice deve pur sempre interpretare?!

Orbene tutti quelli che hanno votato queste leggi, non hanno titolo per protestare perché hanno seguito la moda del giustizialismo: aggiungo che la eliminazione della prescrizione dal 1 gennaio prossimo darà definitivamente una delega in bianco al potere giudiziario. Questa analisi non consente al sen. Matteo Renzi di invocare il primato della politica, che per colpe antiche ma soprattutto recenti è stato vituperato e contestato.

Renzi, ha esaltato per la decadenza di Berlusconi dal Senato in base ad una legge perversa; ha consentito in ossequio a un giustizialismo qualunquistico le dimissioni di ministri per banali questioni para giudiziarie; ha proposto una legge per il taglio dei vitalizi e ha approvato il taglio dei parlamentari, tutti interventi questi ultimi che delegittimano il Parlamento.

Tutto questo ha intaccato la “rappresentanza democratica“. Dunque se il sen. Renzi è convinto delle idee che ha esposto avrebbe dovuto inserire, nella sua proposta di Costituzione sottoposta a referendum, una modifica degli articoli che riguardano la magistratura, per dare vita finalmente ad una riforma valida ed efficace: forse avrebbe potuto finanche vincere il referendum!

Gli articoli 104 e seguenti della Costituzione non sono più attuali perché la magistratura ha assunto un ruolo diverso e quindi non è più un “ordine“autonomo ma è un “potere“che quindi va regolato e disciplinato, e questo è il compito che da anni il legislatore dovrebbe svolgere. Renzi si è occupato delle ferie dei magistrati o del limite dell’età pensionabile!… e quindi non ha titolo per disquisire.

La conseguenza è che quando un legislatore miope ha abolito il finanziamento pubblico, ha implicitamente stabilito che i partiti non avevano e non hanno più la funzione che la Costituzione assegna loro: come fa Renzi a non rendersi conto di questo!? Per ultimo rilevo che nel mini dibattito al Senato non è stato dignitoso sul piano istituzionale la citazione di Moro e Craxi, due statisti che non possono essere confusi con lo squallore attuale. La loro scomparsa ha determinato le crisi ricorrenti e la perdita della credibilità politica che dunque ha perduto il suo primato.

 

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