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Le mani della politica su Bankitalia, ma su Bari è inattaccabile

Cosa è successo dal 2010. Le critiche della politica per condizionare l’istituto di via Nazionale. Infinite ispezioni alla popolare barese, spinta per cambio di management, commissariamento: ma il tesoro decide
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Bankitalia allertò più volte il governo sui rischi della PopBari Commissione d’inchiesta, Pd e Iv contro la nomina del 5S Lannutti

Da cosa nasce dunque l’ennesimo attacco a una delle poche istituzioni italiane che godono di largo credito anche internazionale da parte della politica, oggi dai 5stelle, ieri dalla componente renziana del Pd, e su nella storia repubblicana fino al 1979 della messa in stato d’accusa di Paolo Baffi, e all’incarceramento del direttore generale Mario Sarcinelli, nell’Italia del peggior andreottismo?

Nel testo qui in basso, tratto dall’analisi dell’operato dei governatori della Banca d’Italia da Donato Menichella a oggi, lavoro in 5 volumi in uscita dall’editore Aragno, l’economista Pierluigi Ciocca ( che mancò di divenire egli stesso governatore per l’opposizione di Silvio Berlusconi, all’epoca al governo) spiega bene le crisi bancarie partite dal 2011. Crisi di cui quella della Popolare di Bari è solo l’ultimo esempio, e che se hanno pure differenti sviluppi – sia pure in un’unica culla, la crisi economica- sembrano esser state tutte affrontate dal potere politico in un unico modo: cercando un capro espiatorio.

Nel solo 2017, scrive Ciocca, la Banca d’Italia ha inviato alla magistratura oltre 1.400 segnalazioni alla magistratura, e ha risposto a più di 5.000 richieste delle Procure. Per la sola Popolare di Bari, informa una nota con la quale via Nazionale ricostruisce tutta l’attività svolta sul caso, sono state quasi cinquecento le azioni ispettive, di richiamo o di intervento, fino al commissariamento finale, oltre alle interlocuzioni con la magistratura sulle quali vige ovviamente il riserbo, e comprese tre lettere di warning al governo, e la richiesta di dimissioni del management già nel 2017.

Da cosa nasce dunque l’ennesimo attacco a una delle poche istituzioni italiane che godono di largo credito anche internazionale da parte della politica, oggi dai 5stelle, ieri dalla componente renziana del Pd, e su nella storia repubblicana fino al 1979 della messa in stato d’accusa di Paolo Baffi, e all’incarceramento del direttore generale Mario Sarcinelli, nell’Italia del peggior andreottismo?

Forse dal non voler riconoscere le cause delle crisi bancarie, che è poi il miglior modo per non affrontare i problemi? Proviamo a spiegare cosa è accaduto a Bari. Il Pil dell’Italia di oggi è ancora inferiore del 5% a quello precedente alla crisi del 2008: ma al Sud la perdita è pari al doppio, è del 10 per cento. Cosa ancora peggiore, la produttività del lavoro nelle imprese del Mezzogiorno è inferiore di un terzo a quello delle imprese del resto d’Italia. Come fanno a sopravvivere le imprese del Sud? Sopravvivono grazie a salari nominali inferiori del 25% a quelli del resto del Paese. Inferiori non di un terzo, ma di un quarto: significa che la bassa produttività non è compensata. I lavoratori riescono a sopravvivere, accontentandosi, perché al Sud i prezzi sono in media inferiori del 10- 15%. Ma in questo terribile quadro dell’economia meridionale, una banca che opera al Sud deve trattare con imprese ad alto rischio. Per assicurarsi da questo rischio, gli istituti di credito fanno pagare alle imprese più caro il danaro. Ma rischiano lo stesso, ovvio. La Popolare di Bari è saltata anzitutto perché ha rischiato. E perché ha rischiato male.

In questo quadro, spiega in buona sostanza la nota di Via Nazionale, dal 2010 la Banca d’Italia ha effettuato infinite ispezioni in quella banca, consigliando di volta in volta prudenza, di ricapitalizzare, di fare in modo di avere capitali di riserva. E via via sempre alzando l’intensità delle indicazioni a seconda dell’aggravarsi del quadro di solidità, di cambiare il management, lanciando l’allarme al governo. Fino all’azione che è il limite dell’esercizio dei poteri di Via Nazionale stabilito dalla legge, il commissariamento. Che viene esercitato dal Tesoro, su richiesta della Banca d’Italia.

Per legge: la legge bancaria del 1993 pone ovviamente dei limiti all’azione di Banca d’Italia, ed è prescrittiva. Basta leggere il Titolo III del Testo Unico bancario, sulla Vigilanza: all’articolo 70 dice che “Il ministro del Tesoro, su proposta della Banca d’Italia, può disporre con decreto lo scioglimento degli organi amministrativi delle banche” in 3 casi: per gravi irregolarità e violazioni di leggi; per gravi perdite del patrimonio; in caso di scioglimento chiesto dalla banca stessa. Il caso della Popolare di Bari è il secondo, le gravi perdite patrimoniali. Per l’articolo 80 del testo unico, se l’amministrazione straordinaria non riesce a ricondurre la banca a una condizione di normalità, scatta la liquidazione coatta: il fallimento. Lo scenario peggiore, per la banca stessa e per il contagio possibile a tutto il sistema creditizio, che si cerca per l’appunto di evitare attraverso il commissariamento.

Perché la Banca d’Italia non è intervenuta, a che serve la vigilanza se non ferma il tracollo di una banca?, tuona la politica di governo ( i CinqueStelle) come d’opposizione ( Fratelli d’Italia e Lega). Beh, la risposta sarebbe semplice, se si sapesse di cosa si sta parlando: la supergestione delle crisi da parte delle banche centrali non esiste in nessuna parte del mondo per la semplice ragione che le banche sono imprese. Lo dice anche la legge bancaria italiana, all’articolo 10 che definisce cosa è l’attività bancaria: “La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria. Essa ha carattere d’impresa”.

Per dirla come è stata costretto a dirlo, con disarmante semplicità, Ignazio Visco davanti alla Commissione sulle banche che voleva inquisirlo ed è finita in una bolla di sapone, “la Banca d’Italia non ha i poteri della magistratura”. Né può sostituirsi al governo delle singole banche. Il quadro, che dovrebbe essere chiaro, sembra non esserlo affatto per la politica italiana di oggi. Dovrebbe esser chiaro non solo perché chi ha responsabilità istituzionali o è un eletto in un’istituzione dovrebbe conoscere le leggi e cosa è una banca centrale.

Dovrebbe esser chiaro perché a questo almeno dovrebbe esser servita la Commissione d’inchiesta sulle banche ( Renzi in persona insistette perché non fosse una semplice Commissione d’indagine, ma avesse gli stessi poteri della magistratura), finita poi nel nulla ( a parte accertare che Banca d’Italia non aveva alcuna responsabilità nei fallimenti delle banche). Adesso, di Commissione se ne vorrebbe fare un’altra, ed è di queste ore l’appello di Pd e renziani a Ennio Lanutti perché rinunci a presiederla, dopo che sembra essersi evitata la presidenza di Gianluigi Paragone.

Ma perché si tiene tanto a duplicare il frastuono sul nulla? I giornali hanno riportato che il punto è la nomina dell’ex ragioniere generale dello Stato Daniele Franco a direttore generale della Banca d’Italia, in sostituzione di Fabio Panetta in partenza per la Bce. Ebbene, in ballo c’è molto di più. Poiché il governatore Visco è settantenne, non è possibile che eserciti un ulteriore mandato come governatore, e il direttore generale che si nominerà adesso sarà il futuro governatore. Le mani della politica sulla Banca d’Italia stavolta rischiano di essere perfino più lunghe del solito. E sono le mani di Luigi di Maio, di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni che l’altro giorno tuonava “Banca d’Italia deve essere sotto il controllo del governo”. Come fece un solo capo di governo nella storia d’Italia: Benito Mussolini.

 

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