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Il tribunale dove l’avvocato coltiva la fede nell’ascolto

Il confronto con l’altro, con l’estraneo, è la forza del vivere civile, la fine di risse e guerre e l’inizio della civiltà
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La rissa continua tra forze politiche richiama un recente film spagnolo sulla figura, spesso trascurata, di Miguel Unamuno, uno dei più grandi pensatori del secolo scorso. Il testamento spirituale di Unamuno è il discorso, coraggioso fino alla follia, pronunciato all’Università di Salamanca poco prima di morire, alla presenza delle autorità franchiste nel bel mezzo della Guerra Civile.

E’ una delle orazioni più belle della storia recente e meriterebbe di esser studiata da tutti coloro che si occupano di diritto e politica: “Voi vincerete, ma non convincerete”. E’ il passaggio decisivo di quel discorso, che ricorda agli ormai vincitori del conflitto l’inutilità di una soluzione militare a conflitti politici e la necessità storica della dialettica.

Solo con la persuasione si convince e alla fine si vince è il senso ultimo del ragionamento di Unamuno, in cui è trasparente l’eco della lezione di Cicerone, che invitava la spade a inchinarsi di fronte alle toghe, in un’altra sanguinosa guerra civile.

L’Italia di oggi vive una “guerra civile fredda”, dove le toghe si armano della spada della polizia e dove i politici si fronteggiano con evocazioni di querele e con l’uso ormai quotidiano della locuzione “tradimento della Patria” che è l’anticamera di tutte le liste di proscrizione e purghe che la storia ricordi.

Si vuole vedere l’avversario in tribunale, non per confrontarsi con lui, come si deve fare in ogni fòro ma per vederlo spogliato dei beni, condannato, messo alla gogna e magari in galera.

Per la nostra classe politica la querela è un anticipo di condanna, l’invito in tribunale è funzionale alla salita sul patibolo.

Pensare che gli stessi politici sono quelli che poi si riempiono la bocca di promesse di “processo veloce” (giusto è un aggettivo fuori moda) e che incentivano la conciliazione anche forzosa delle cause degli altri.

Il dibattito parlamentare è soppiantato da altri programmi: si va in aula per proposte di matrimonio e comparsate varie a beneficio delle telecamere, che ormai sono l’unico senso delle Camere.

Tele è un suffisso greco che è sinonimo di “lontano” e Unamuno che a Salamanca insegnava greco antico, forse si divertirebbe a scrivere che la democrazia con la “tele” davanti, si è allontanata dalla realtà per inseguire un incubo.

Viene quindi voglia di vedere il film sul discorso di Salamanca e ribadire con forza che l’essenza della civiltà occidentale è un luogo, che in greco si chiama Agorà e in latino Foro.

Un posto (non un sito e tantomeno una location) dove si scambiano merci e opinioni, si incontrano persone e esperienze e si perde tempo ad ascoltare gli altri. I tribunali nascono nei portici del fòro e ne sono un’emanazione.

Quanto è bello per un avvocato essere identificato in aula come proveniente dal “Foro di…”.

E’ come il sigillo di denominazione di origine controllata su un vino, l’espressione di un’appartenenza non solo a una località, ma anche ad una comunità, al suo codice disciplinare.

In aula ci si alza e si parla sempre per persuadere. Anche quando l’aula sembra sonnolenta e il giudice già orientato altrove.

Anche quando il cliente non c’è e l’unico che ascolta sembra essere il Cancelliere (Dio benedica questa negletta categoria).

La speranza di persuadere è già una convinzione: quella della fede nell’ascolto.

In aula ogni avvocato è uno straniero, un viandante che chiede solo di “prestargli orecchio”, come Ulisse di ritorno in patria.

L’ascolto dell’estraneo, di colui che porta un altro pensiero e racconta un’altra storia è la base di tutto.

E’ la fine della guerra e l’inizio della civiltà.

 

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