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Cop25, rinviato il nodo sulle emissioni

Greenpeace: «Esito inaccettabile»
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Dopo oltre 36 ore di negoziati, nulla di fatto alla Cop25 di Madrid. I 198 Paesi seduti al tavolo non sono riusciti a raggiungere un compromesso sull’articolo 6 dell’accordo di Parigi, relativo alla regolazione globale del mercato del carbonio.

La 25esima Conferenza dei contraenti della Convenzione sui cambiamenti climatici ha approvato, alla fine, un accordo che raccoglie i tre temi per i quali il Cile ha chiesto l’aiuto della Spagna, che includono l’ambizione climatica, i meccanismi delle perdite e dei danni e il finanziamento.

Riguardo alle parti sulle quali c’è stato accordo, il documento finale “Cile-Madrid, tempo di agire” chiede alle parti di aumentare la loro ambizione climatica in materia di riduzione delle emissioni climalteranti nell’anno 2020, in linea con la raccomandazione scientifica di limitare il riscaldamento della temperatura globale a 1,5 gradi centigradi, con l’obiettivo di lottare contro “l’emergenza climatica”. Pertanto, gli Stati dovranno presentare nel corso dell’anno prossimo i loro nuovi impegni nazionali di riduzione delle missioni.

Durante la plenaria, che è iniziata intorno alle 10, il Brasile è stato sul punto di stracciare l’accordo, a causa della sua opposizione a due articoli, il 30 il 31, relativi al ruolo degli oceani e dei suoli. Dopo un dibattito intenso, nel quale tutti i Paesi che sono intervenuti hanno sottolineato l’importanza di questi articoli e la moderazione e l’equilibrio della loro formulazione, così come lo sforzo che ha richiesto in queste due settimane di negoziati, il Brasile ha accettato di mantenere il punto relativo ai terreni, però non agli oceani.

Alla fine, in una nuova fase del dibattito durante la quale si è opposta alla sua posizione anche la vicina Argentina, il Paese di Jair Bolsonaro ha accettato di mantenere il testo finale “in considerazione” di Tuvalu e dell’Indonesia. Il testo esprime l’urgente necessità di aumentare l’ambizione degli impegni nazionali di riduzione delle emissioni per lottare contro cambio climatico nel 2020, in accordo con il calendario che nel 2015 ha fissato l’accordo di Parigi.

Il testo precisa che questi nuovi impegni devono superare il divario che esiste con quelli attuali, con i quali la temperatura globale potrebbe superare i 3 gradi centigradi di incremento. In questo senso, rivendica la coerenza dell’ambizione dei Paesi con quello che chiede la scienza e quello che chiedono le popolazioni mondiali nelle strade, oltre a riconoscere l’azione climatica del resto degli attori non governativi.

«L’esito della Cop25 è completamente inaccettabile». A scandirlo è Greenpeace che ritiene che «i progressi che ci si auspicava emergessero dalla Cop25 siano stati ancora una volta compromessi dagli interessi delle compagnie dei combustibili fossili e di quelle imprese che vedono in un accordo multilaterale contro l’emergenza climatica una minaccia per i loro margini di profitto. Durante questo meeting – sottolinea l’associazione ecologista – la porta è stata letteralmente chiusa a valori e fatti, mentre la società civile e gli scienziati che chiedevano la lotta all’emergenza climatica venivano addirittura temporaneamente esclusi dalla Cop25».

Invece, i politici «si sono scontrati sull’Articolo 6 relativo allo schema del commercio delle quote di carbonio, una minaccia per i diritti dei popoli indigeni nonché un’etichetta di prezzo sulla natura. Ad eccezione dei rappresentanti dei Paesi più vulnerabili, i leader politici non hanno mostrato alcun impegno a ridurre le emissioni, chiaramente non comprendendo la minaccia esistenziale della crisi climatica».

 

«I governi devono ripensare completamente il modo con cui conducono queste trattative, perché l’esito di questa Cop25 è totalmente inaccettabile», ha aggiunto Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace International. «La Cop25 -afferma Morgan- era stata annunciata come un appuntamento “tecnico”, ma è poi diventata qualcosa in più di un negoziato. Ha messo in luce il ruolo che gli inquinatori rivestono nelle scelte politiche e la profonda sfiducia dei giovani nei confronti dei governi».

«C’era necessità -continua Morgan- di decisioni che rispondessero alle sollecitazioni lanciate dalle nuove generazioni, che avessero la scienza come punto di riferimento, che riconoscessero l’urgenza e dichiarassero l’emergenza climatica. Anche per l’irresponsabile debolezza della presidenza cilena, Paesi come Brasile e Arabia Saudita hanno invece fatto muro, vendendo accordi sul carbonio e travolgendo scienziati e società civile».

Greenpeace rimarca che «l’accordo di Parigi potrebbe essere stato vittima di una manciata di potenti “economie del carbonio”, ma questi Stati sono dalla parte sbagliata della lotta e della storia e l’accordo di Parigi è solo un pezzo di questo puzzle». Per Greenpeace, «quello di cui c’è bisogno è un cambiamento sistemico di cui le persone possano fidarsi».

 

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