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Baltimora, scagionati e in libertà dopo 36 anni di prigione

Nel 1984 vennero condannati all’ergastolo in seguito a un processo sommario e mediatico per l’omicidio del 14enne Dewitt Duckett ucciso nella sua scuola
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Hanno trascorso due terzi della loro vita tra le sbarre, accusati di un crimine orribile che però non avevano mai commesso.

Dopo 36 anni di prigione Alfred Chestnut, Andrew Stewart e Ransom Watkins hanno finalmente ritrovato la libertà: un tribunale di Baltimora li ha infatti scagionati dall’omicidio del 14enne DeWitt Duckett, avvenuto nel 1983 all’interno della sua scuola: «Sono sicuro che questo significa molto poco per voi signori, ma ho comunque intenzione di scusarmi a nome del sistema di giustizia penale americano», ha detto il giudice Charles Peters dopo aver ordinato l’immediata liberazione dei tre. Anche la procuratrice della città Marylin Mosby ha pronunciato parole di scusa nei confronti di coloro che ormai sono degli uomini di mezza età: «Oggi non è un giorno di vittoria, ma un giorno tragico perché certifica che sono stati rubati 36 anni di vita a degli innocenti».

Nel 1984 erano stati condannati all’ergastolo in seguito al solito processo sommario, fatto di indagini sbrigative, difensori d’ufficio demotivati, testimonianze ignorate o cestinate e un pregiudizio razziale di fondo che ha condotto rapidamente alla sentenza di colpevolezza. Sepolti vivi nel vendicativo universo carcerario statunitense.

La morte del ragazzino bianco DeWitt Duckett, avvenuta per il banale furto di una giacca ha suscitato una forte emozione nell’opinione pubblica in un’epoca in cui le sparatorie scolastiche non erano così frequenti come oggi. Messi sotto pressione dai media che chiedevano risultati rapidi gli inquirenti si sono subito concentrati sui tre adolescenti neri che avevano qualche anno più della vittima ed erano stati visti aggirarsi nei corridoi nell’istituto scolastico con una giacca «molto simile» a quella rubata. Peraltro i compagni di classe di Duckett non li hanno riconosciuti come autori dell’omicidio mentre i testimoni della sparatoria hanno tutti indicato con certezza un solo ragazzo armato di pistola non riconoscendolo in nessuno dei tre accusati. Nulla da fare, la macchina colpevolista gira a pieno regime, alimentata da tutti gli attori in campo: la polizia, la procura, i dirigenti scolastici, l’isteria dei giornali locali e nazionali. Così la giuria condanna Chestnut, Stewart e Watkins al carcere a vita.

I tre che nel momento dei fatti hanno tra i 17 e i 18 anni finiscono nel dimenticatoio con la raggelante prospettiva terminare la loro esistenza in un penitenziario federale senza aver commesso alcun crimine. Sembra tutto finito fino a quando lo scorso mese di maggio la direzione dell’Unità anti- errori giudiziari della procura di Baltimora riapre il caso e in pochi mesi giunge a una conclusione diametralmente opposta: Chestnut, Stewart e Watkins sono innocenti, DeWitt Duckett è stato ucciso da un altro ragazzo della scuola identificato come Michael Willis e deceduto nel 2002.

«Non siamo arrabbiati e non portiamo rancore, non più», è stato il laconico commento di Ransom Watkins quando all’uscita del tribunale ha potuto riabbracciare i suoi cari.

 

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