L’autorevolezza dei magistrati crescerebbe se prendessero le distanze dalla politica

Gli istituti per proteggerli e separarli non riescono ad evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza e imparzialità

I rapporti tra politica e magistratura dovrebbero basarsi sul principio, ribadito anche qui ( Il Dubbio, 12. XI. 2019), secondo cui “Non esiste separazione dei poteri senza separazione degli uomini di potere”.

Accade invece in Italia che, quando gli uomini di potere vestono la toga dei magistrati, la loro separazione dalla politica, cioè dal potere legislativo e esecutivo, non è affatto stabilita come esigerebbe in teoria e in pratica la separazione dei poteri nel corretto “governo costituzionale”.

In Italia un magistrato in carica può essere nominato ministro o sottosegretario della giustizia. Un procuratore della Repubblica può candidarsi in un partito a governare una regione dopo aver inquisito gli esponenti del partito avverso. La legge lo consente. Ma non lo consente la correttezza istituzionale; anzi, il senso della giustizia, che per un magistrato dovrebbe essere il sesto senso della professione.

Chi disistima i magistrati avrà buon gioco nell’accusarli di combattere battaglie politiche mascherate da inchieste giudiziarie. Poiché l’indipendenza della magistratura nella Costituzione è garantita in modi che non si riscontrano in nessuna Costituzione sulla terra, occorrerebbe una disposizione costituzionale per recidere il legame tra rappresentanza politica e magistratura.

I magistrati dovrebbero essere ineleggibili in assoluto, accettando tale clausola all’atto del giuramento d’ingresso in magistratura: “semel abbas, semper abbas”. Se i giudici sono soggetti solo alla legge, non possono appartenere alle assemblee rappresentative che “producono” la legge. La “soggezione” diventa fittizia o formale senza la distinzione tra il politico legiferante e il magistrato giusdicente.

Lo stesso dicasi per il potere esecutivo che esprime l’indirizzo governativo e, per quanto l’amministrazione pubblica debba essere imparziale, non ha l’imparzialità della giurisdizione. È ineccepibile, immune da riserve di opportunità e convenienza, che il ministero della Giustizia sia amministrato dai magistrati che amministra?

Tutto l’apparato degli esistenti istituti per preservare la “purezza” dei caratteri propri della magistratura ( indipendenza e imparzialità), quali l’ineleggibilità, i distacchi, le aspettative, le incompatibilità, eccetera, non raggiunge lo scopo, come i più avveduti tra giudici e cittadini percepiscono. Né lo raggiungerà la pur commendevole revisione legislativa della complessa materia all’esame della Commissione giustizia del Senato.

A tacere che la smaccata militanza di qualche singolo magistrato, proprio per la sua stessa veste, induce alla diffidenza anche verso i tanti altri magistrati pur non esposti politicamente, mentre le porte girevoli tra politica e magistratura assestano un colpo funesto alla credibilità di chi le attraversa entrando e uscendo da una parte all’altra.

L’obiezione, a rischio capziosità, dei magistrati è che la toga non rappresenta una deminutio capitis. L’elettorato passivo spetta a loro in quanto cittadini. In effetti questo punto di vista è stato avallato dalla Corte costituzionale, con un’argomentazione tuttavia anfibologica, tipica di certe sue sentenze, secondo cui “i magistrati godono degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni altro cittadino” però “hanno una posizione peculiare che comporta l’imposizione di speciali doveri anche come regola deontologica”.

La Consulta purtroppo non ha voluto spingersi ad ammettere ciò che pare una “verità effettuale” ( Machiavelli), cioè che gli istituti per proteggere e separare i magistrati dalle commistioni politiche non riescono ad evitare che “possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità.”

Dunque, l’equiparazione sic et simpliciter dei magistrati ai comuni cittadini quanto alle istituzioni politiche, non regge. Il giudice è la bocca della legge, che parla uguale per tutti. Non può diventare la bocca dell’elettore, che esprime una parte, o l’espressione del governo che lo nomina.

Voler tenere il piede in due staffe risulta inoltre autolesionistico per i magistrati, la cui autorevolezza crescerebbe a dismisura se prendessero totalmente le distanze dalla politica.

 

 

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