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Csm, Di Matteo balla da solo e non aderisce alla corrente davighiana

Il pm della trattativa appena eletto in Csm non entra in Autonomia& Indipendenza. Questo fine settimana si è tenuto il confronto fra I tre candidati per l’ultimo posto rimasto vacante a palazzo dei marescialli dopo il caso Palamara
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Nino Di Matteo è autonomo ed indipendente a tal punto da non aver aderito al gruppo di Autonomia& indipendenza al Consiglio superiore della magistratura.

Eletto nelle elezioni suppletive di ottobre, il pm del processo Trattativa Stato- mafia ha deciso di rimanere fuori dalla corrente, fondata nel 2015 da Piercamillo Davigo, che aveva appoggiato la sua candidatura.

La scelta sorprende solo in apparenza. Di Matteo aveva parlato di «metodi mafiosi» posti in essere dalle correnti della magistratura, sottolineando come «l’appartenenza ad una cordata è l’unico mezzo per fare carriera». Nessun ritorno per il momento, dunque, sui propri passi, con la conferma della volontà di una presa di distanza, anche formale, dal gruppo associativo che, ironia della sorte, nacque in opposizione alla deriva correntizia.

Ma c’è anche chi pensa che dietro la volontà di Di Matteo ci siano problemi di coabitazione con lo stesso Davigo. Di Matteo e Davigo sono attualmente i magistrati più noti, soprattutto a livello mediatico. Sia l’ex pm di Mani pulite che la toga antimafia siciliana sono spesso ospiti di trasmissioni televisive e dibattiti pubblici. Da sempre idoli delle folle grilline, i vertici del M5s avevano addirittura ipotizzato per Di Matteo incarichi di governo.

Bisognerà vedere alla prova del Plenum se Di Matteo si allineerà o meno agli indirizzi di Autonomia& indipendenza. Al momento il suo voto, e quello dei due togati di A& i entrati in sostituzione dei consiglieri dimissionari dopo lo scandalo di maggio, è stato fondamentale per l’elezione del procuratore generale presso la Corte di cassazione la scorsa settimana. E questo fine settimana, tornando alle correnti, si è tenuto il confronto fra i tre candidati per l’ultimo posto rimasto vacante, sempre dopo le dimissioni a seguito dello scandalo di maggio, fra i giudicanti a Palazzo dei Marescialli.

Elisabetta Chinaglia, Silvia Corinaldesi e Pasquale Grasso sono i tre magistrati che si contenderanno il seggio di Paolo Criscuoli ( Magistratura indipendente).

Le prime due candidate sono, rispettivamente, espressione di Area, il cartello progressista, ed Unicost, il gruppo centrista. Grasso, solo appoggiato da Magistratura indipendente, cui non è iscritto, punta invece a raccogliere, trasversalmente, i consensi dei magistrati moderati. A& I non ha presentato alcun candidato, lasciando libertà di voto agli iscritti e simpatizzanti.

Tra i tanti i temi affrontati, nelle oltre due ore dell’incontro, il più sentito è stato quello sui criteri di nomina degli incarichi direttivi.

Convitati di pietra, al riguardo, Luca Palamara e Cosimo Ferri. Le conversazioni intercettate dell’ex presidente dell’Anm, indagato per altre vicende a Perugia, con il parlamentare di Italia viva ( non indagato e magistrato in aspettativa), in un dopo cena di maggio, determinarono le dimissioni di cinque consiglieri togati. Fra gli argomenti, alcune nomine di uffici di Procura.

Il giudice Chinaglia ha apertamente accusato Grasso di non aver preso le distanze da Ferri. Anzi, con la nomina di Grasso ci sarebbe il rischio che le nomine “si decidono fuori dal Csm, sulla base di accordi con la politica”, in quanto quest’ultimo non offrire alcuna garanzia “di distacco dal sistema”.

Grasso, sempre secondo Chinaglia, si candida “sfruttando la popolarità che ha avuto da presidente dell’Anm ( circa tre mesi, ndr).

 

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