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Ismail al giudice: “Mi picchiano e mi dicono di non testimoniare”

In esclusiva le lettere del tunisino detenuto nel carcere milanese di San Vittore. L’avvocato Michele d’Agostino che assiste quattro degli agenti rinviati a giudizio : «ci sono parecchie incongruenze nel racconto»
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Undici agenti di polizia penitenziaria rinviati a giudizio per aver picchiato un detenuto nel carcere milanese di San Vittore. Ismail Ltaief sarebbe stato punito per aver denunciato altri agenti della penitenziaria per furti nelle cucine del carcere laziale di Velletri e per essere stato da loro malmenato. Il caso era stato sollevato dal Partito Radicale in una conferenza stampa tenuta alla Camera da Marco Pannella e Rita Bernardini.

Per l’avvocato Alessandro Gerardi che segue il procedimento a Velletri la vicenda di Ismail Ltaief, con la sua appendice milanese, «presenta caratteristiche peggiori rispetto a quella di Stefano Cucchi, l’unica differenza è che Ismail per fortuna è ancora vivo e può raccontarla. La domanda che dovremmo porci di fronte a episodi del genere è semplice: come si possono rieducare i ‘ delinquenti’ se si usano metodi molto simili a quelli usati da chi in carcere sta dall’altra parte delle sbarre?».

Quando Ismail seppe che i due agenti erano stati condannati in primo grado a tre anni di reclusione scrisse una lettera all’avvocato Gerardi: “Finalmente un senso di giustizia che sembrava non arrivarmi. Sono così felice soprattutto perché ho la netta sensazione che almeno quei due non picchieranno più detenuti».

Ecco, in esclusiva, alcuni stralci delle lettere che Ismail ha scritto al gip Laura Marchiondelli del Tribunale di Milano, che loemise il mandato di arresto per il tentato omicidio passato in giudicato, per denunciare i presunti pestaggi a San Vittore: “alle 21: 10 un ispettore e guardie carcerarie entrano in cella, mi saltano addosso, picchiano con arti marziali dicendo che se vado a testimoniare a Velletri ucciderebbero ( vi riportiamo fedelmente quanto scritto, ndr) mia moglie visto che, secondo loro, non mi importa della mia vita. Mentre mi pestavano hanno nominato il nome e cognome di mia moglie e la via dove abitiamo. Ho male in tutto il corpo e ho paura di avere delle rotture. La prego giudice aiuto!”.

In una seconda lettera Ismail scriveva: “questa notte mi hanno fatto uscire nuovamente di cella. Hanno picchiato di nuovo, uno di loro ha tirato di tasca un aggeggio che si infila nella mano, anelli di ferro. Ho vomitato sangue, se riesco ad arrivare dal medico le dirò sono ’ caduto’ nelle scale altrimenti saranno ancora più gravi le botte seguenti”.

Se tutto ciò sia vero sarà il processo a stabilirlo. Infatti secondo l’avvocato Michele D’Agostino che assiste quattro agenti «ci sono parecchie incongruenze nel racconto del detenuto, ci sono tante cose non dimostrate, noi riteniamo di avere le prove della falsità delle sue dichiarazioni, alcune persone non erano neppure presenti al momento dei fatti denunciati, e l’uomo si è reso protagonista anche di atti di autolesionismo».

Intanto adesso, come ci racconta l’avvocato Matilde Sansalone, Ismail è diventato “un vero talento” nel laboratorio musicale destinato ai detenuti del carcere di Opera, finanziato dall’associazione Xmito e condotto dai maestri Stefania Mormone e Alberto Serrapiglio del Conservatorio “G. Verdi” di Milano. «La vicenda di Ismail – conclude Sansalone ci richiama all’ideale che sorregge l’attività di tutti coloro che si occupano di giustizia: il rispetto della dignità e dei diritti dell’essere umano, che sia innocente o colpevole, libero o detenuto, dinanzi agli accusatori e ai giudici. Così come lo è Ismail che anche in carcere quando suona si sente un uomo libero».

 

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