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Venezia sommersa, Mose il fantasma della Serenissima

Apocalisse in laguna. In costruzione dal 2003 l’opera non è ancora finita tra costi lievitati e inchieste. Pensata per risolvere il problema dell’acqua alta, la costruzione della struttura costata 5,5 milardi è stata bloccata nel 2014 da un’indagine per tangenti
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Un fantasma monco e costoso aleggia su Venezia. Avrebbe dovuto salvarla, oggi è il principale accusato per non aver evitato una delle più disastrose ‘ acque alte’ che hanno colpito la laguna. Il Mose, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è un complesso idraulico di dighe mobili che avrebbe dovuto salvare la Serenissima dalle alte maree del Mar Adriatico. Invece si è trasformato in un buco nero di fondi pubblici e scandali giudiziari.

L’opera è stata pensata negli anni Ottanta come sistema di dighe invisibili ( per non rovinare la città) che si alzino e si abbassino per tenere la marea fuori dalla laguna. I lavori di costruzione sono cominciati nel 2003, sotto il governo Berlusconi e la competenza a gestire il complesso viene assegnata al Consorzio Venezia Nuova ( che coordina anche il Piano generale degli interventi di salvaguardia della laguna secondo una legge speciale del 1984, concessionario del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti – Magistrato alle Acque di Venezia).

Nel corso degli anni, il costo per l’opera è lievitato: nel progetto del 2003 era stimato in 7miliardi di lire, nel 2014 il finanziamento è lievitato a 5,5 miliardi di euro e i lavori si sono fermati a causa di un’inchiesta giudiziaria per fondi illeciti contro alcuni membri del Consorzio Venezia Nuova. Ad oggi, e l’opera risulta ancora non completata: in un’audizione del 2018, l’amministratore straordinario del Consorzio, Francesco Ossola ha spiegato che , oggi risulta ancora incompleto: per tutto il 2020 sono previste attività di collaudo e consolidamento e la data di conclusione e di consegna è stata fissata al 31 dicembre 2021.

L’opera, realizzata in calcestruzzo armato per ancorare le paratoie e invasiva per l’equilibrio idrogeologico e dell’ecosistema della laguna, ha suscitato critiche forti da parte degli ambientalisti ma anche dei politici ( uno tra tutti, l’ex sindaco Massimo Cacciari), che hanno lamentato gli altissimi costi di realizzazione le enormi spese di manutenzione.

Corruzione, frode fiscale e finanziamento illecito dei partiti. Questi i reati ipotizzati dall’inchiesta giudiziaria del 2014, durata circa tre anni e secondo la quale il consorzio Venezia Nuova avrebbe raccolto circa 10 milioni di euro in 4 anni con un sistema di false fatturazioni, poi girati come tangenti ai politici per favorire e velocizzare la realizzazione dell’opera. Testimone chiave dell’inchiesta e grande accusatore dei politici, Giovanni Mazzacurati, il gran burattinaio del Consorzio Venezia Nuova arrestato nel 2013.

L’ipotesi di corruzione, concussione e riciclaggio ha riguardato, tra gli altri, l’ex presidente della Regione Veneto per tre mandati, il forzista Giancarlo Galan. Lui, secondo i magistrati percepiva «uno stipendio di un milione di euro l’anno più altri due milioni una tantum per le autorizzazioni» necessarie all’opera. Il procedimento a suo carico, dopo l’arresto, si è concluso il 9 ottobre 2014, dopo 78 giorni di carcere, quando il Gip ha concesso i domiciliari in seguito a un patteggiamento di 2 anni e 10 mesi, restituendo 2,5 milioni di euro. Il 28 febbraio 2017, Galan è s tato condannato in primo grado dalla Corte dei Conti ad un risarcimento danni pari a 5,8 milioni di euro per le vicende legate al Mose. Nel 2019, infine, il Gip di Venezia ha disposto un sequestro di 12,3 milioni di euro a carico dell’ex presidente della Regione, nell’ambito di un’indagine per riciclaggio internazionale ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria, riguardante il reinvestimento all’estero delle tangenti.

Tra gli arrestati nell’inchiesta del 2014, anche l’allora sindaco di Venezia del centrosinistra Giorgio Orsoni, accusato di finanziamento illecito di 450- 550.000 euro per la sua campagna elettorale da sindaco nel 2010 dal Consorzio Venezia Nuova presieduto da Giovanni Mazzacurati e dall’imprenditore della Mal- tauro Infrastrutture Enrico Maltauro. Orsoni, dopo dimissioni da sindaco, è stato assolto dopo tre anni di processo, sul finanziamento ‘ in bianco”, perchè ‘ il fatto non costituisce reato’, mentre sono state dichiarate prescritte le presunte dazioni di denaro consegnate in nero. L’ex ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, è stato invece condannato per corruzione a 4 anni, alla confisca di 9.575.000 euro e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni ( il reato si è poi estinto in appello nel 2019 dopo la morte prematura in un incidente d’auto dell’ex ministro).

Non solo ragioni ambientali, ma anche e soprattutto amministrative hanno sempre creatopolemica contro il Mose. Tra le crtiche, il fatto che l’intero complesso delle opere per la salvaguardia della città siano state affidate a un unico concessionario, eliminando ogni obbligo di bando di gare e rendendo più complicate le funzioni di controllo. La linea di pensiero contraria alla maxi opera, inoltre, prevedeva di spendere risorse in attività manutentiva e interventi mirati, come quelli per la difesa di piazza San Marco.

Dopo l’inchiesta, il Consorzio Venezia Nuova è stato commissariato. A mancare perchè l’opera vada a pieno regime è il motore ( con conseguenti compressori, attuatori, sensori, cablaggi necessari), ovvero ciò che farà muovere le paratoie per chiudere fuori dalla laguna l’acqua alta.

Al momento della consegna, a fine 2021, si stima che Venezia dovrà spendere circa un centinaio di milioni di euro l’anno per la manutenzione della struttura: l’acqua, infatti, corrode cerniere e paratie e lo sta facendo già da anni, anche se il Mose non è in funzione.

 

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