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Antonio Bassolino: «Conte ha fatto quel che doveva fare la sinistra: stare in mezzo agli operai»

«L’Ilva di Taranto come l'Italsider di Bagnoli è uno stabilimento cresciuto dentro la città. Il governo trovi la sua ragion d'essere nella soluzione della vicenda, coniugando lavoro e salute»
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L’ex Ilva di Taranto come l’Italsider di Bagnoli. «Ci sono indubbie analogie ma anche alcune evidenti differenze», concede Antonio Bassolino, che ha legato la sua formazione politica allo stabilimento napoletano e poi, da sindaco, si è trovato a fare i conti con la fabbrica già chiusa. Proprio dalla gestione della crisi, «può nascere una ragion d’essere di questo governo, che troverebbe il suo senso nella soluzione di una enorme questione sociale che riguarda il Paese intero» .

Lei ha conosciuto dentro e fuori l’Italisider di Bagnoli, in cosa somiglia all’ex Ilva?

L’ho iniziata a frequentare da giovane studente ginnasiale, quando andavo a volantinare davanti ai cancelli della fabbrica prima di andare a scuola. L’elemento che la accomuna a Ilva è evidente: tutti e due gli impianti sono sorti dentro la città, qualcosa che oggi è assolutamente inimmaginabile, anche grazie alla crescita di una coscienza ambientalista nel Paese. Basti pensare che l’Italsider di Bagnoli sorgeva in uno dei luoghi più belli del mondo: nacque agli inizi del Novecento da un’idea lungimirante di Francesco Saverio Nitti, che voleva portare l’industria siderurgica nella più grande città del Mezzogiorno.

Cosa ha comportato questo legame della fabbrica con la città?

L’Italsider chiuse nel 1992, ma nei suoi ottant’anni di funzionamento è stata un grande produttore di democrazia e di socialità per Napoli, oltre che naturalmente di acciaio. La storia sociale della città deve moltissimo alla sua classe operaia, che aveva una sua singolarità anche rispertto ad altre aree del Paese: gli operai napoletani erano molto colti, avevano uno status riconosciuto di cerniera tra il popolo e la borghesia. Nel comitato centrale del Pci sedeva sempre un rappresentante degli operai Italsider, che aveva percentuali di sindacalizzazione altissime, superiori anche a quelle di Torino.

Poi, però, l’Italsider chiuse…

E fu un grande paradosso, perchè l’Italsider venne chiusa dopo che l’impianto aveva subito importanti ammodernamenti tecnologici e ambientali dentro e fuori la fabbrica, con una forze iniezione di investimenti ottenuti grazie alle grandi battaglie dei consigli di fabbrica e di tutta la città con la prima giunta di sinistra del sindaco Maurizio Valenzi. Negli anni Ottanta, però, scoppiò e si aggravò la crisi industriale, nel napoletano chiusero medie e piccole aziende, ma soprattutto andò in crisi l’industria pubblica e il tessuto della città ne risentì. Io diventai sindaco nel 1993, l’anno successivo alla chiusura e insieme agli operai di Bagnoli approntammo un piano urbanistico che evitasse forme di speculazione edilizia nell’area, un problema purtroppo antico a Napoli, le cui colline erano già state massacrate.

Con tutte le difficoltà di bonifica di un’area del genere.

Prevedemmo un grande parco urbano sul mare, sviluppammo la città della Scienza e volevamo nuove industrie compatibili dal punto di vista ambientale. Poi, il progetto è rimasto fermo, ormai da molti anni. Ci sono state enormi difficoltà ad attuare il piano urbanistico, anzitutto perchè il progetto reclamava uno Stato alla francese, molto più attrezzato del nostro a fare grandi investimenti pubblici per attirare gli investimenti privati.

Potrebbe essere la fine di Taranto?

La situazione di Ilva è differente, tanto per cominciare perchè lo stabilimento è stato costruito negli anni Sessanta, dunque con un rapporto con la città molto più difficile rispetto a quello dell’Italsider con Napoli. Quel che mi salta agli occhi, nel caso di Taranto, è che i temi della salute e del lavoro sono delicati e non possono essere posti in contrapposizione. Soprattutto, non possono essere messe in contrapposizione le ragioni degli operai di Ilva e quelle dei cittadini, quasi che la grande questione della salute non riguardasse i lavoratori. L’intreccio, invece, è nella città e nelle tante famiglie degli operai. Nelle prossime settimane, la sfida sarà quella di cercare un equilibrio tra questi fattori.

Il governo come si sta muovendo?

Mi ha colpito moltissimo la scelta del premier Giuseppe Conte di recarsi a Taranto. Le immagini contano e i suoi incontri prima fuori dalla fabbrica con gli operai e i cittadini, poi dentro la fabbrica e infine a casa della donna con cui aveva dialogato sono stati importanti.

Eppure solo lui è andato.

Sa cosa mi ha impressionato? Il fatto che si vedeva che per Conte era la prima volta. Per la prima volta si trovava in una situazione difficile, circondato da operai e cittadini in grande tensione. Proprio per questo l’ho apprezzato: ha fatto quello che dovrebbero fare i tanti dirigenti delle forze di sinistra, perchè è in queste situazioni che bisogna dimostrare di esserci. In mezzo ai lavoratori e nei momenti più aspri la sinistra trova la sua legittimazione.

La sfida sembra improba: Mittal sta smobilitando…

Quella di Taranto è la grande sfida del presente: imparare a unire la produzione e la tutela ambientale, sapendo che non siamo più nè agli inizi del Novecento, nè negli anni Sessanta. Di qui passa il futuro non solo della città, ma di tutto il Mezzogiorno e anche del Paese.

Questo governo può farcela?

Deve farcela, perchè così darebbe un senso a se stesso. Questo Esecutivo è nato in modo improvvisato e repentino, tanto da farci dubitare spesso del suo senso. Invece, oggi ha l’occasione di fondarsi davvero su un nodo sociale che tocca il cuore dell’Italia intera.

Gli attori in gioco saranno all’altezza?

Conte si è mosso bene non solo perchè ha cercato il dialogo con lavoratori e cittadini, ma anche perchè ha creato un rapporto con i sindacati. In questa vicenda l’unità sindacale è fondamentale e il mio augurio è che si rafforzi, come anche che il rapporto con il governo sia sempre più costruttivo. La forza dei lavoratori è nell’unità, sempre.

E’ immaginabile che l’Ilva chiuda?

Questa domanda corrisponde a un’altra: è immaginabile che l’Italia non sia più un paese industriale con un settore siderurgico? Per noi è impossibile rimanere una potenza industriale senza la siderurgia, ma sarebbe altrettanto un’illusione pensare di sopravvivere senza nuovi investimenti e senza affrontare il tema ambientale.

Lei è fiducioso?

Guardi, la questione ormai è posta in termini drammatici. Ma se il governo mantiene gli impegni espressi da Conte, se i sindacati rimangono uniti e se il Parlamento fa il suo dovere, potrebbe crearsi ciò che in Italia sembra sempre impossibile: una comunanza di interessi e di valori. Ecco, se si verificasse quello, allora penso che possano esserci le condizioni per risalire dal baratro in cui ci troviamo.

 

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