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Ilva, soluzione cercasi. Il governo naviga a vista

Conte e Patuanelli chiedono responsabilità ai partiti, ma l’esecutivo non ha una strategia. Il Colle pretende una soluzione alla crisi delle acciaierie per salvare 11 mila posti di lavoro. Di Maio: «bisogna far rispettare la sovranità di uno stato»
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Un atto di responsabilità per salvare le acciaierie tarantine. È quello che chiedono Giuseppe Conte e Stefano Patuanelli al Parlamento. Ma si scordano di indicare la linea su cui costruire l’unità nazionale di tutti i partiti. Si consuma così l’ennesima giornata a vuoto per uscire da un vicolo cieco su cui rischiano di andare a sbattere circa 11 mila famiglie pugliesi e buona parte della credibilità dell’esecutivo. In attesa che Arcelor Mittal batta un colpo e arrivi una soluzione che metta d’accordo la maggioranza.

Il ministro Stefano Patuanelli riferisce alla Camere sull’Ilva e chiede al Parlamento un atto di responsabilità per salvare le acciaierie tarantine. Ma si scorda di indicare la linea su cui costruire l’unità nazionale di tutti i partiti. E così si consuma l’ennesima giornata a vuoto per uscire da un vicolo cieco su cui rischiano di andare a sbattere circa 11 mila famiglie pugliesi e buona parte della credibilità dell’esecutivo. Il titolare dello Sviluppo economico ripercorre le tappe della crisi industriale, elencando le responsabilità di Arcelor Mittal, la multinazionale franco indiana incapace «di rispettare il piano industriale e occupazionale» sottoscritto un anno fa.

Patuanelli ha il merito di metterci la faccia, ricevendo in cambio gli insulti della Lega, con tanto di striscione «a casa voi, non gli operai Ilva», srotolato a Montecitorio, ma non può proporre soluzioni di cui non dispone. Il governo che rappresenta, sulle acciaierie è spaccato in tante parti quante sono le gambe della maggioranza. Ogni partito ha una visione differente in materia e il Movimento 5 Stelle sembra sul punto di esplodere, in caso di nuove concessioni alla multinazionale dell’acciaio.

Eppure, in Aula le differenze vengono appianate. Almeno al Senato, dove Patuanelli riferisce tra pochi intimi. Sono parecchi gli scranni abbandonati. Anche tra i banchi del governo, dove siedono il solo titolare dello Sviluppo economico e il collega di partito Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento. Neanche un leader politico assiste al dibattito. E a Palazzo Madama ci sarebbero molti dei pesi massimi che da giorni pontificano sull’Ilva: da Matteo Renzi a Matteo Salvini. Il vuoto. Ottico e politico, di chi usa l’acciaio forse solo come argomento di conversazione social.

Eppure, parafrasando Patuanelli, «parlare di Ilva non è soltanto parlare di uno stabilimento siderurgico e o produttivo, è parlare del piano industriale e della visione industriale del nostro paese». Un piano che però non esiste. E per questo mette in allarme anche il Capo dello Stato che in mattinata riceve il presidente del Consiglio per avere ragguagli sulla crisi pugliese. Sergio Mattarella spinge perché il governo si adoperi per trovare rapide soluzioni.

La litigiosità dei partiti di maggioranza su una vicenda così delicata non piace al Colle, che più volte ha fatto capire ai leader politici che in caso di crisi di governo l’unica alternativa saranno le urne.

L’avvertimento, per ora, non è servito a persuadere i capi partito, troppo impegnati forse a risolvere beghe interne per guardare al Paese e ossessionati da una campagna elettorale permanente. Così, Luigi Di Maio minaccia di staccare la spina se passa in Cdm il decreto voluto da Nicola Zingaretti per ripristinare lo scudo penale ad Arcelor Mittal, mentre Mattao Renzi presenta una mozione per ripristinarlo. La maggioranza non ha una visione comune, non ha una visione, e Taranto rischia di trasformarsi nell’ultima spiaggia.

Se chiude l’Ilva, chiude anche l’esecutivo, è la sensazione che agita gli ambienti dem. «Taranto è il futuro di questo governo e il governo deve giocare tutto su Taranto», dice il capo dei deputati Pd Graziano Delrio. «Il governo va avanti se fa le cose che gli italiani chiedono», rincara la dose il segretario Zingaretti, che tutto sommato in caso di elezioni anticipate potrebbe avere meno da perdere rispetto ai suoi alleati. Ma poi stempera i toni: «Dalla riunione di ieri è uscita una posizione unitaria. Siamo disponibi- le a rivedere il punto dello scudo se l’azienda volta pagina e ammette di avere un problema industriale», dice il numero uno del Nazareno.

Che però non fa i conti con Di Maio, a rischio “sfiducia” dai suoi stessi gruppi, indisponibile a nuove concessioni a Arcelor Mittal di natura legale, che in ogni caso non garantirebbero il rispetto dei patti da parte dell’azienda. «In questi giorni ci sarà da far rispettare la sovranità dello Stato», dice il leader pentastellato. «E non lo potranno fare i camerieri delle multinazionali travestiti da sovranisti», aggiunge, scagliandosi contro l’ex alleato. «Dovranno farlo le persone di buon senso. Unite e tutte dalla stessa parte, quella della città di Taranto, dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori», insiste, sommando un nuovo slogan a quelli già esposti dai sui compagni di maggioranza.

Il ministro degli Esteri prova almeno a compattare i suoi, offrendo alle telecamere il volto dell’intransigenza primordiale. La speranza è di placare i mal di pancia interni sempre più evidenti e pubblici, riuscendo magari nell’impresa apparentemente impossibile di eleggere un capogruppo grillino alla Camera, dove da un più di un mese il M5S è finito vittima delle guerre intestine fatte di imboscate incrociate e diffidenze. Risultato: la prima forza politica parlamentare rimane senza testa a Montecitorio. E l’Ilva diventa merce di scambio per un conflitto interno sempre più cruento. In mezzo alla mischia, a gestire il traffico di dichiarazioni contrastanti, Giuseppe Conte, che torna a essere semplice arbitro di una partita giocata da altri.

E proprio come avveniva all’epoca dei giallo- verdi, il premier prova a mediare, a dire mezze parole che non scontentino nessuno. «Il problema non è lo scudo, l’ho offerto io subito, una volta aperto il tavolo con Mittal», spiega a Porta a Porta. «Ci hanno detto che il problema non era quello, ma che il piano industriale non è sostenibile economicamente. È chiaro che un’impresa se ne può accorgere dopo, ma qui si tratta di una crisi aziendale non comune, qui c’è stata una gara pubblica, vinta da Mittal facendo fuori altri concorrenti, sulla base di un piano industriale e un piano ambientale», prosegue. «Hanno assunto un impegno contrattuale, quando hanno espletato la gara hanno avuto la possibilità di acquisire tutte le informazioni possibile, oggi non ci possono dire questo piano non è sostenibile», è la ricostruzione di Conte. Sui possibili contenziosi col colosso siderurgico, il premier poi precisa: «Non è un problema legale, perché una battaglia legale ci vedrebbe tutti perdenti. Ove mai fosse giudiziaria, sarebbe quella del secolo. Non si può consentire che si vada via senza rispettare gli obblighi contrattuali», argomenta il presidente del Consiglio.

Per uscire dall’impasse, il governo sta valutando tutte le possibili alternative, rassicura l’avvocato del popolo, compresa la nazionalizzazione, che resta sul piatto. «Ma adesso non mi voglio concentrare» su questo, «non ha senso adesso, aspetto di riparlare» con la proprietà «nelle prossime ore, aspetto una risposta da loro». Poi, rinnova l’appello già lanciato da Patuanelli all’unità nazionale. «Qui non ci sono governi attuali e precedenti, qui non c’è la maggioranza o l’opposizione. Per una volta non ci dividiamo, marciamo coesi verso il salvataggio di questo polo industriale», è l’auspicio dell’inquilino di Palazzo Chigi.

Insomma, il governo aspetta che accada qualcosa di miracoloso. Magari entro la prossima settimana.

 

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