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Trump annuncia: «al Baghdadi è morto, lo conferma il test del dna»

Il "califfo" dell'autoproclamato Stato Islamico si sarebbe fatto esplodere per evitare la cattura nel corso di un raid delle truppe Usa nella Siria nord-occidentale.
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Abu Bakr al-Baghdadi, il “califfo” dell’autoproclamato Stato Islamico, si sarebbe fatto esplodere per evitare la cattura nel corso di un raid delle truppe Usa nella Siria nord-occidentale.

Ad annunciarlo è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dopo che erano apparse alcune indiscrezioni sulla stampa. «Al Baghdadi si è fatto saltare in aria e ha ucciso tre dei suoi figli che erano con lui. I risultati dei test del Dna hanno confermato che il corpo è il suo», dice il presidente Usa. «Abbiamo scoperto dove si trovava al baghdadi più o meno nello stesso periodo in cui abbiamo deciso di ritirare i soldati dalla Siria. Era un uomo malato e depravato, violento ed è morto come un codardo, come un cane, correndo e piangendo», ha proseguito. Si tratta di un grande successo: «Ora il mondo è un posto più sicuro».

«È appena successo qualcosa di molto grande!», aveva twittato in un primo momento Trump, mentre secondo altre fonti locali, a morire non era stato al Baghdadi ma un altro leader jihadista, Abu Mohammed al Khalebi, comandante delle milizie di Huraseddin, affiliate ad al Qaeda.

Il test del dna e gli esami biometrici avrebbero invece confermato la tesi di Trump. Il nascondiglio del leader dell’Isis sarebbe stato localizzato grazie all’aiuto della Cia.

Al-Baghdadi, nome di battaglia di Ibrahim Awad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai, si rivelò al mondo cinque anni fa. All’inizio del luglio 2014, poche settimane dopo che l’Isis aveva preso il controllo della città di Mosul, al-Baghdadi apparve in un video che lo ritraeva nella moschea Al-Nouri mentre pronunciava un sermone in cui ordinava ai fedeli musulmani riuniti di obbedirgli e si autoproclamava “califfo” di un territorio che si estendeva dalla Siria all’Iraq, ovvero dalla provincia di Aleppo fino a quella di Diyala. Da allora, si sono succedute le drammatiche e sanguinose tappe dell’ascesa e della caduta dello Stato Islamico. Nell’agosto del 2014, i miliziani dell’Isis avviano nel nord dell’Iraq il massacro e la riduzione in schiavitù di migliaia di appartenenti alla minoranza religiosa degli yazidi, e cominciano a diffondere una serie di video nei quali vengono mostrate le decapitazioni di ostaggi occidentali. Nel settembre dello stesso anno, gli Stati Uniti danno il via ad una campagna di bombardamenti, colpendo anche la “capitale” dell’Isis, Raqqa.

Pochi mesi dopo, a inizio del 2015, lo Stato Islamico è all’apice della sua espansione territoriale, con il controllo di un’area di 88mila chilometri quadrati, tra la Siria occidentale e l’Iraq orientale, nella quale vivono quasi 8 milioni di persone. Le entrate dell’Isis ammontano a miliardi di dollari, grazie al contrabbando del petrolio, alle estorsioni e ai rapimenti di ostaggi. Il 2017 è un anno decisivo: le forze siriane riconquistano Palmira e quelle irachene liberano Mosul, ma il prezzo pagato è altissimo. In 10 mesi di battaglia muoiono migliaia di civili, la città viene in gran parte distrutta e circa 800mila persone perdono le loro abitazioni. Nell’ottobre dello stesso anno, le Forze democratiche curdo-siriane (Sdf) riprendono il controllo di Raqqa, mettendo fine a tre anni di dominio dell’Isis. A dicembre, il governo iracheno dichiara la vittoria contro lo Stato Islamico, riprendendo il controllo del confine tra Iraq e Siria.

Il 23 marzo, le milizie  dell’Sdf annunciano la caduta di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis. È «la totale eliminazione del cosiddetto califfato e la sconfitta territoriale al 100 per cento dell’Isis»

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