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A Milano sempre più ultracentenari. L’invecchiamento attivo è una risorsa

Quando sono nati, un secolo fa, Marco Razzini e Maria Luisa Stradella avevano un’aspettativa di vita di appena 50 anni. L’hanno, praticamente, doppiata
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Centouno anni lui e cento lei, celebrati la settimana scorsa a Milano, sono insieme dal lontano 1941. Si tengono teneramente per mano mentre ripercorrono, con una lucidità sorprendente, le tappe salienti della loro vita. Gli anni bui del secondo conflitto mondiale, la prigionia di Marco in Russia, i lager, la trepidante attesa di Marisa che ogni mattina, per quattro lunghi anni, andava a controllare l’elenco dei soldati dispersi o uccisi affisso in Stazione Centrale, il matrimonio, il lavoro, i tre figli, la pensione fino ai numerosi acciacchi dell’odierna vecchiaia. Lui vede a malapena ma sente benissimo, lei vede bene ma sente poco. Nati all’inizio del secolo scorso, quando la mortalità infantile era altissima, cresciuti nel capoluogo milanese e sopravvissuti a due guerre, hanno vissuto rinunce e sacrifici, imparato a pretendere molto da sé stessi e poco dalla vita e affrontato ogni giorno come una faticosa conquista riuscendo a completarsi ancora dopo 78 anni insieme.

Il nostro Paese, in una lista di oltre 160 nazioni, è quello in cui si rimane sani più a lungo e nel panorama europeo, insieme alla Francia, detiene il record del numero di ultracentenari. A gennaio 2019 le persone residenti in Italia che hanno superato i 100 anni di età erano quasi 15mila e nella città di Milano, malgrado smog, nebbia e freddo intenso, i cittadini centenari risultano triplicati in poco più di un decennio. Tra loro la componente femminile è più numerosa e rappresenta oltre l’ 80% del totale.

Cento anni sono un traguardo ambito, un evento davvero eccezionale per la famiglia e per la comunità intera. Tuttavia, l’elemento interessante, è che aumenta il numero di anziani con una buona condizione di vita anche superati i 90 anni. Dunque, non si deve pensare a loro solamente come a utenti dei servizi sociali e sanitari, ma anche come a persone attive che hanno ancora voglia di essere coinvolte in attività sociali e soprattutto di sentirsi parte del progetto di una comunità. Si dice che l’Italia è un Paese sempre più vecchio e in Lombardia si guarda con preoccupazione alle periferie del nord di Milano per la presenza di un numero crescente di anziani e pensionati.

Un fenomeno sociale reale che merita grande attenzione da parte dell’amministrazione pubblica e che porta in sé un aspetto decisamente positivo. Oggi, arrivare al secolo di vita, non è più un privilegio per pochi ma un traguardo possibile per molti. Così il loro numero, in crescita esponenziale, è il segnale più forte dell’effetto sopravvivenza di una città che evolve in continuazione, in linea con le altre grandi metropoli europee. La generazione della Guerra si è mostrata estremamente relisiente e capace di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici.

Le tragiche vicissitudini di cui gli anziani sono stati testimoni hanno contribuito a renderli saggi e a trasformarli in veri e propri custodi della memoria collettiva oltre che interpreti privilegiati di ideali e valori comuni fondamentali per la convivenza sociale. La longevità è una naturale conseguenza. Ma la vita non è solo più lunga è anche migliore.

Secondo gli esperti la componente genetica pesa per il 30% circa, tutto il resto è legato alla qualità dello stile di vita: alimentazione, accessibilità alle cure mediche, qualità del servizio sanitario a disposizione, ambiente circostante e livello di istruzione. Anche il fattore economico influisce sulla lunghezza della vita, rendendo più o meno facile il mantenimento e la salvaguardia del benessere.

Secondo le proiezioni Istat nel 2030 i centenari milanesi potrebbero quintuplicare, arrivando a superare quota 3.000! Sarà quanto mai opportuno concentrare energie e risorse sull’invecchiamento attivo inteso come strumento utile per risolvere molte delle sfide legate al progressivo invecchiamento della popolazione.

 

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