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Autonomie, è tempo di fare sul serio sulla riforma

Il regionalismo differenziato è fermo perché era partito male, svolto con modalità segrete, tra lo stato e le singole regioni coinvolte
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Il tema della riorganizzazione territoriale del paese è una storia che non finisce mai. Dopo sessant’anni di sostanziale stabilità istituzionale, pur nella tardiva istituzione delle Regioni, gli ultimi trent’anni hanno visto significative riforme, che, pur rispondendo ad esigenze condivise, sono state spesso attuate in maniera sbagliata o incompleta. Difficile capire se vi sarà spazio in questa legislatura per affrontare tutte le questioni sul tappeto, ma può essere utile passarle in rassegna, almeno a futura memoria. Ferma rimanendo l’attesa di un bicameralismo che offra qualche rappresentanza al centro delle autonomie territoriali, nel libro dei sogni rimarrà probabilmente la complessiva riorganizzazione del sistema territoriale delle Regioni, ordinarie e speciali.

Troppe incrostazioni storiche, economiche, politiche per pensare di poterle sciogliere, ma il tema è opportuno tenerlo sullo sfondo ( come si sta riorganizzando il sistema territoriale è esaminato in Caravita- Salerno- Fabrizzi- Calzolaio- Grandi, Mappe d’Italia, Universitas Mercatorum, 2018). Più facile, invece, potrebbe essere mettere le mani su un adeguamento- razionalizzazione delle disposizioni del Titolo V sul riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni: occorre una legge costituzionale, ma il materiale normativo e giurisprudenziale su cui riflettere e lavorare è abbondante e, in larga parte, condiviso. A dieci anni dalla entrata in vigore della legge sul federalismo fiscale, anche a causa della crisi economica che ha segnato questi anni, poco è stato attuato: ma è chiaro che definizione dei livelli essenziali delle prestazioni ( qui si apre il capitolo a parte del Servizio Sanitario), chiarezza nella distribuzione delle risorse e, soprattutto, superamento della tesi ( già respinta da Corte Cost., sent. 118/ 2015) della permanenza sul territorio di una quota fissa ( e elevata) del gettito fiscale prodotto sul territorio sono precondizioni per poter ripartire. Se non è possibile rimettere le mani sul ridisegno regionale, è però vero che va ripensata funditus la legge Delrio, secondo tre direttrici generali: è necessario dare nuovo slancio ai processi di aggregazione comunali; occorre far uscire le Province dal limbo in cui sono state cacciate, ridando loro il ruolo di ente di possibile decentramento regionale e di accentramento di funzioni comunali, riconoscendo il carattere identitario delle Province ( sempre attuale il contributo di Federica Fabrizzi), rivalutando l’operazione di riduzione che fu compiuta dall’allora Ministro Patroni Griffi, tornando forse – non all’elezione del Presidente della Provincia, che ha creato dal 1993 una eccessiva politicizzazione della figura ma all’elezione del Consiglio; va data un’anima alle Città metropolitane, intuizione apprezzabile sotto il profilo geo- politico, ma la cui attuazione è stata lenta, tardiva, priva di mordente.

Politicamente di enorme rilievo sono poi gli ultimi due temi sul tappeto: il regionalismo differenziato non può essere lasciato per strada per evitare la rivolta di Regioni cruciali nello sviluppo del Paese; Roma Capitale può e deve essere il banco di prova di una maggioranza che oggi occupa governo centrale, governo regionale, governo cittadino. Il regionalismo differenziato è fermo perché – anche per colpa del Governo Gentiloni – era partito male, prendendo le mosse da un confronto, svolto con inaccettabili modalità segrete, tra lo Stato e le singole Regioni coinvolte, che aveva totalmente obliterato le esigenze di equilibrio complessivo di una riforma che pretendeva di dare più funzioni e più soldi solo ad alcune regioni. Di fronte ad una generalizzata non accettazione, il meccanismo non poteva andare avanti ed è stata probabilmente una delle questioni che ha condotto alla rottura del governo giallo- verde.

Ora il processo deve ripartire. Dal Parlamento, sede della rappresentanza nazionale. Nel mentre le Camere approvano un testo di legge generale sul regionalismo differenziato, anche utilizzando gli schemi generali già elaborati ( una bozza di testo è stata già elaborata da un gruppo di studio vicino alla rivista “federalismi. it”), le Commissioni parlamentari possono esaminare le bozze di testi con Veneto, Lombardia e Emilia- Romagna, per poi procedere alla legge di approvazione dell’intesa.

Così come avvenne nel caso del federalismo fiscale, la legge generale sul regionalismo differenziato può essere anche la sede per la disciplina di Roma Capitale ( ed eventualmente qualche ritocco alla Delrio). Roma ha bisogno di soldi, certo, ma soprattutto di una organica attribuzione di funzioni da parte dello Stato e della Regione, che, facendo leva sull’art. 114, comma 3, Cost., costruisca, in modo congruo da un punta di vista territoriale, ragionevole sotto il profilo dell’equilibrio con le altre istituzioni e senza cadere in lungaggini procedurali, il ruolo della Capitale della Repubblica.

 

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