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Quel fiume d’oro illegale che unisce Erdogan e Maduro

La Turchia è il primo importatore dei filoni auriferi del Venezuela dove I minatori vivono l’inferno. L’export del prezioso materiale proveniente dalle miniere clandestine al confine con la colombia è un business che va a gonfie vele. Puro ossigeno per il regime alle prese con la crisi e le sanzioni americane
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Nella selva che copre il trafficatissimo e impervio confine tra la Colombia e il Venezuela c’è un’industria che va a gonfie vele: l’estrazione dell’oro nelle miniere clandestine. Mai tanta tacita collaborazione s’è mai vista alla frontiera tra due paesi in guerra politica in questo momento su tutto.

Al governo di Bogotà conviene far finta di nulla perché il business dell’oro è in mano a gruppi guerriglieri con cui si cercano accordi di non belligeranza, quindi non sarebbe opportuno andare a chiudere un rubinetto di finanziamenti per loro strategico. Almeno non per adesso. A Caracas, con il bisogno di dollari freschi che ha il regime chavista per tamponare le conseguenze delle sanzioni Usa sull’export di petrolio, l’oro illegale serve come l’ossigeno per vivere. E a chi lo vendono, gli uni e gli altri? Innanzitutto alla Turchia di Erdogan. E agli Emirati arabi.

Negli ultimi due anni da Caracas è stato esportato ufficialmente oro per due miliardi di dollari verso Emirati e Turchia.

Ankara raffina l’oro venezuelano. Il ministro venezuelano dell’industria, Tareck El Aissami – inserito dagli Stati uniti quest’anno nella Most wanted list ( la golden list dei trafficanti Secondo l’Homeland security investigations unit) – ha visitato di recente la raffineria turca di Çorum, vicino ad Ankara, dove viene lavorato gran parte del metallo prezioso in arrivo da Caracas. Il presidente Nicolás Maduro, per restare a gala e tenersi buoni gli alti gradi militari che lo mantengono in vita, confida quindi nell’oro. Il Venezuela possiede uno dei più grandi giacimenti auriferi del mondo: più di centomila metri quadrati, il 12% della superficie del paese dove si stima ci siano almeno settemila tonnellate di oro.

Il sottosuolo venezuelano al confine con la Colombia è una sorta di fortunata anomalia geologica, tanto è ricco. Nell’Arco dell’Orinoco poi, una ampia zona nel sud est del paese tra la Guyana e il Brasile, oltre alla più grande riserva di greggio del mondo, c’è anche oro, rame, diamanti, ferro, bauxite e una infinità di altri metalli preziosi in quantità. Molti dei quali già in mani cinesi e russe attraverso joint venture con il Caracas.

La storia recente dell’oro venezuelano offre una fotografia dello stato delle risorse pubbliche di Caracas. Finalmente persuaso della necessità di diversificare la produzione economica e le fonti di dollari del suo governo, l’ex presidente Hugo Chávez tentò di metter mano alla catena di estrazione dell’Orinoco negli ultimi anni prima della sua morte avvenuta nel 2013. Non più grandi concessioni minerarie, ma piccole parcelle da distribuire tra piccoli produttori. Non più cinquemila ettari a ciascun gruppo dedito all’estrazione, ma parcelle la cui estensione oscillava da un minimo di 10 ettari a un massimo di 50 ettari offerte a piccoli produttori che si occupassero di tirar fuori l’oro e di metterlo in commercio. Chávez la spiegò come l’occasione per dare la possibilità agli abitanti del luogo di vivere dell’oro tirato fuori dalla loro terra.

Il piano è fallito miseramente. In pochi anni il metodo di estrazione è tornato a modalità da Medio Evo. Piccone e pala, nessun controllo. Si scava, si prende quel che si trova e si passa a un pezzetto di terra vicino dove poter scavare, tirar fuori un po’ di prezioso metallo e così si va avanti.

Con danni seri ai giacimenti, mai scavati in profondità, ma soprattutto con rischi alti di contaminazione ambientale.

Il livello di corruzione altissima raggiunto dagli alti militari che hanno il controllo della zona ha fatto fiorire il business delle miniere illegali. Non sono i piccoli produttori locali di vivere dell’oro estratto, ma i grandi trafficanti.

Nelle vicende legate alle miniere illegali s’è mostrata la leggendaria doppiezza del personaggio politico di Hugo Chvez. Ogni volta che riceveva le denunce dei collettivi organizzati dei minatori, Chávez prometteva repulisti severissimi tra i responsabli della catena di controllo sulla produzione e la commercializzazione dell’oro. Li esortava ad occupare la miniera, a farsi sentire, giurava che li avrebbe aiutati e sostenuti. E dopo due giorni firmava invece un decreto in cui nominava un paio di generali a capo del settore. Con tanti saluti ai minatori in rivolta.

Il commercio ora è in mano innanzitutto ai guerriglieri dell’Esercito di liberazione nazionale della Colombia, il secondo grande gruppo guerrigliero colombiano dopo le disciolte Farc. Grossi criminali brasiliani, banditi di ogni provenienza, miliziani locali. Tutti fanno affari con l’oro tranne la povera gente che vive intorno alle miniere.

Teoricamente l’oro estratto dovrebbe finire venduto alla Banca centrale di Venezuela. Sempre teoricamente veglierebbero su questo meccanismo degli agenti statali.

Poiché l’oro non è difficile da trasportare come il greggio, facile è per i trafficanti farlo uscire dal Venezuela. Lo portano in Brasile, in Colombia e nelle isole delle Antille. Curazao, Bonaire, Aruba sono proprio lì davanti, a nemmeno 60 km dalla costa. Sono ex colonie olandesi e molto dell’oro trafugato dal Venezuela finisce in Olanda.

Il partito socialista olandese ha denunciato il traffico, chiesto controlli, ma la denuncia non pare aver sortito alcun risultato finora.

 

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