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Elezioni regionali, la sfida di Salvini: “O Umbria o morte!”

Il centrodestra torna unito. Il leader della Lega vuol togliere alla sinistra una regione tradizionalmente rossa e affossare sul nascere il modello di governo
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Dopo la fine del governo gialloverde, la destra oggi torna unita contro il nemico principale. E una vittoria del centrodestra in Umbria costituirebbe per Salvini e compagnia un potente segnale di riscossa.

Mentre i politologi ci spiegavano che il nuovo esecutivo giallorosso non avrebbe litigato per molto tempo e che la destra si sarebbe invece disintegrata – perché la legge della politica vuole che il potere unisca, la sua mancanza divida ecc… ecc… – la realtà si stava già incaricando di smentire tutto. Il centrodestra lavorava per tornare unito, Pd e Cinquestelle erano già ai ferri corti mentre Renzi aveva già deciso di uscire dal Pd per andare a fondare con Italia Viva un’alternativa pronta a ogni evenienza.

E così, per ragionare su ciò che accade sulla rive droite, accade che dopo l’unità tattica ritrovata tra Lega e Fratelli d’Italia nella mobilitazione di piazza, oggi con l’intesa trovata tra Salvini, Meloni e Berlusconi per il vertice del Copasir sul nome dell’ex sottosegretario leghista Raffaele Volpi, sembra essere tornato il vecchio centrodestra tutto intero.

E’ il primo passo operativo concreto quello di ieri che segue il vertice di Milano dello scorso 6 ottobre da cui, in cui i tre leader del centrodestra sembravano già aver ritrovato, almeno a parole, l’antica sintonia. Ma al di là delle parole questa ritrovata unità su che si fonda? È destinata a durare? E che fine hanno fatto le diffidenze, le divergenze e le ostilità che ancora solo qualche settimana fa sembravano impedire il rassemblemant tra Lega, Fratelli d’Italia e Berlusconi?

La realtà è che nessuna delle pietre d’inciampo disseminate a impedire fino a ieri la marcia unitaria del centrodestra è stata rimossa dal terreno. La novità però è che oggi i contraenti della ri- alleanza a destra sono costretti a investire e capitalizzare su ciò che li accomuna piuttosto che attardarsi sul molto che li divide, perché il rischio di restare nel deserto dell’opposizione a lungo, dove si muore politicamente di sete, è molto concreto.

È infatti vero che il governo giallorosso litiga parecchio e su una gamma di dossier ampia – a cominciare dalla riforma sul taglio dei parlamentari – ma la consapevolezza di Pd e Cinquestelle di non poter tornare al voto in tempi brevi per questione di sopravvivenza elettorale è troppo elevata perché si inneschi l’incidente esiziale.

E’ per questo che la destra oggi torna unita contro il nemico principale: unita per sopravvivere di fronte al rischio d’una riforma elettorale proporzionale che potrebbe essergli fatale e unita di fronte alla sfida imminente delle elezioni regionali che potrebbero rappresentare la prima occasione di rivincita dopo la debacle parlamentare d’agosto.

E in effetti una vittoria del centrodestra in Umbria ( e poi in Emilia, Marche e Toscana) costituirebbe per Salvini e compagnia un potente segnale di riscossa. Non solo perché verrebbe strappata alla sinistra una regione tradizionalmente rossa ( un tempo famosa per il buongoverno oggi per gli scandali e il clientelismo) ma perché segnerebbe la sconfitta del modulo d’alleanza giallorosso che governa a Roma e che nell’idea di alcuni esponenti del Pd e di alcuni esponenti dei Cinquestelle – Grillo in particolare – dovrebbe costituire l’embrione di un nuovo centrosinistra italiano.

E’ una partita aperta quella dell’Umbria – dove si vota il prossimo 27 ottobre – dove è già stata trovata la quadra sul candidato e dove Salvini e il centrodestra hanno delle buone chance di vittoria. Da qui però a dire che le elezioni umbre siano il banco di prova del governo di Roma ce ne corre. Primo perché l’Umbria è una regione già politicamente compromessa. Secondo perché una vittoria del centrodestra potrebbe paradossalmente elevare l’allarme e rinsaldare il cordone sanitario che unisce oggi in funzione anti- Salvini centro e sinistra. Ma non c’è solo l’Umbria, come dicevamo e sulle altre regioni l’accordo nel centrodestra ancora non c’è.

In Emilia, per dire, la Lega vorrebbe Lucia Bergonzoni candidata governatrice ma Fratelli d’Italia spinge su Galeazzo Bignami; in Toscana – dove si voterà nel 2020 dove se la battono il senatore forzista Mallegni e il meloniano Stefano Donzelli. E poi ci sono le Marche dove ancora tutto è avvolto dall’incertezza. Questo per dire che occasioni concrete di nuove tensioni non mancheranno certamente.

E più in generale per notare che laddove deve il centrodestra deve unirsi per qualcosa – il governo d’una regione – torna a faticare e a scontrarsi al proprio interno mentre quando è costretto a unirsi contro qualcuno ritrova l’unità. A voler tradurre il dato in un concetto si potrebbe dire che il centrodestra funziona contro non per. Se ne deduce che in assenza d’un fattore unificante propositivo questa ritrovata unità per reazione valga politicamente in modo relativo.

«In fondo l’opposizione è la cosa che sappiamo fare meglio» disse Giancarlo Giorgetti all’indomani della defenestrazione della Lega dal governo, quasi con un respiro di sollievo. Sollievo dall’esercizio faticoso d’un potere centrale, quello di Roma, di cui al centrodestra in generale e ai leghisti in particolare sfuggono le complessità e le sfumature.

Ma quella di Giorgetti era anche una velata e sorniona ammissione di insufficienza culturale a fare sistema e dar seguito alla vittoria. Così che il paradosso del centrodestra – piazze e urne piene, palazzi vuoti – rischia di durare ancora a lungo.

 

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