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Bonafede: «Voglio liberare la giustizia dalla polemica ideologica»

L’intervento del Guardasigilli. Il Ministro definisce «essenziale» il dialogo col Cnf, indica il patrocinio a spese dello stato come «presidio dello stato di diritto» e ricorda le distanze sulla prescrizione: «ma riaprirò il tavolo sulla riforma»
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In passato riunioni estese all’intero sistema ordinistico hanno assunto la definizione di agorà. Stavolta è diverso per il numero di avvocati, oltre cinquecento, accorsi all’incontro voluto dal Cnf.

Ma la platea così ampia che ha accolto ieri il guardasigilli Alfonso Bonafede all’Università della Santa Croce, a pochi metri dal Senato, è ispirata comunque da quell’idea dell’avvocatura come luogo di confronto, piazza ideale dove la dialettica sostituisce i conflitti. E proprio a una simile vocazione fa appello un ministro nello stesso tempo «orgoglioso di essere avvocato» e consapevole del «disaccordo su alcuni argomenti», in particolare sul «processo penale» e «la prescrizione».

C’è un pilastro che resta sempre condiviso, «lo stato di diritto», di cui Bonafede parla in particolare a proposito del patrocinio a spese dello Stato: «Il ddl che ho presentato sarà discusso nelle prossime ore in commissione Giustizia alla Camera», spiega, «ma è giusto non considerarlo semplicemente un testo a favore degli avvocati: sono norme a tutela di chi non potrebbe permettersi l’accesso alla difesa, che invece è essenziale perché uno Stato di diritto possa dirsi tale». Applausi, convinti e tra i più calorosi rivolti dagli avvocati al ministro della Giustizia durante il suo lungo intervento. Non a caso, perché in quelle considerazioni di Bonafede si riflette l’aspettativa della stessa professione forense: essere tutelata, sì, ma in quanto garante dei diritti, di «valori essenziali per l’esistenza stessa di una democrazia che possa dirsi evoluta», scandirà pochi minuti dopo, il guardasigilli, a proposito dell’avvocato in Costituzione.

Sulla imprescindibilità del difensore la sintonia tra Bonafede e l’avvocatura è profonda. «Voglio liberare la giustizia dalla polemica ideologica», dice il ministro. Che comunque non manca di ricordare come nel ddl sul patrocinio si intervenga «anche su alcune criticità della normativa rispetto all’ammissione e alla liquidazione del compenso». Precisa che tale compenso «sarà vincolato ai parametri».

Ne parla proprio mentre da Montecitorio arriva notizia che la legge è formalmente incardinata con tanto di indicazione del relatore, individuato nel dem Carmelo Miceli. Già fissato a venerdì 12 il termine per proporre audizioni, mentre ieri sera Bonafede si è immerso, sempre alla Camera, nella riunione con tutte le forze di maggioranza sulla riforma del penale e del Csm.

«Il Consiglio dei ministri darà via libera ai ddl sicuramente entro il mese di ottobre, considerato che a dicembre la legge delega dovrà essere definitivamente approvata dalle Camere». Confermato che «i testi saranno due, uno dedicato solo al civile, e partiranno in contemporanea ciascuno in un ramo del Parlamento. Non si tratta di opprimere voi avvocati con nuove norme ma di intervenire chirurgicamente per ridurre i tempi morti. Con una rivoluzione culturale», rivendica il ministro, «giacché anche la magistratura viene fortemente responsabilizzata sulla durata dei processi».

Alcuni elementi sul civile: «Si semplifica il processo monocratico con un rito unico, adottato avanti al giudice di pace così come, almeno per le fasi introduttiva e decisoria, al Tribunale in composizione collegiale e in appello», ricorda Bonafede. Che chiarisce: «Abbiamo preservato un punto posto dall’avvocatura come invalicabile: un momento dedicato alla possibilità, per l’avvocato, di presentare istanze istruttorie, diversamente dal primo progetto di ddl e in linea con quanto emerso al tavolo aperto al ministero».

Ecco: il tavolo sul processo è il crocevia. «L’avvocatura è stata ampiamente rappresentata: la riforma è stata discussa con l’Anm e con Cnf, Ocf, Aiga e, a seconda del tema, con le Camere civili e le Camere penali». Un confronto che il guardasigilli assicura di voler replicare «nei prossimi dieci giorni, per discutere i due distinti ddl in cui viene articolata la riforma».

Ma in generale «il dialogo con il Cnf è stato per me, e continuerà ad essere, essenziale: si tratta non di un’associazione di categoria ma di un’istituzione che va coinvolta quando le decisioni vengono prese», è il riconoscimento con cui Bonafede introduce il suo discorso. Ci tornerà ancora. Anche a proposito dell’equo compenso: «In questo caso il tavolo è aperto a tutte le categorie professionali. L’obiettivo è rendere inderogabili i minimi fissati dai parametri di legge», assicura, «anche per la pubblica amministrazione, e in particolare gli enti territoriali, e per l’agenzia delle entrate».

Le norme sull’equo compenso «verranno estese a ogni forma giuridica di accordo tra il professionista e il committente, con l’inclusione delle medie imprese tra i soggetti a cui sono applicabili». Sull’avvocato in Costituzione «c’è sintonia nella nuova maggioranza, ma anche la necessità di lasciare l’iniziativa al Parlamento». Nessun passo indietro sulle intercettazioni, nonostante l’astensione proclamata dall’Unione Camere penali: «Sul punto ero stato chiaro già in campagna elettorale».

Il presidente del Cnf Mascherin gli ricorda quanto grande sia la «distanza» sul tema, e lo invita a vietare non solo l’utilizzo ma anche l’ascolto delle intercettazioni del difensore: «Ne parleremo presto», risponde il ministro, «insieme con i rischi contenuti, nel decreto Orlando, per il diritto di difesa, compromesso dall’impossibilita di trarre copia del materiale intercettato».

Bonafede evoca il confronto col Cnf che si estende anche a «liquidazioni dei ricorsi ex legge Pinto, specializzazioni e accesso alla professione». Ma un altro applauso caloroso arriva quando assicura di «seguire la vicenda dell’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh, perché chi spende la propria vita per difendere i diritti altrui non debba sacrificare i propri». Altro valore su cui la sintonia con gli avvocati è assoluta, in coerenza con l’idea che la professione forense rivendica tutela per lo stato di diritto prima che per se stessa.

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