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Ma i tortellini al pollo sono opera di carità e non una bestemmia

L’accoglienza del cardinale di Bologna passa per la tavola. Ma la religione già prevede digiuni, sacrifici e pane e acqua
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Non sarei contento se durante un pranzo imbandito in occasione della festa di qualche comunità orientale mi venisse servita della carne di cane. Avrei qualche problema se la mangiassero al mio tavolo, e forse anche a quello vicino.

Detto questo, siamo dentro la questione dei tortellini di pollo alla cardinale, dove il neo cardinale è sua eccellenza Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, che per la festa del patrono della capitale del tortellino ha lanciato questa specialità in nome dell’accoglienza e del rispetto reciproco.

Innanzitutto occorre rifiutarsi di circoscrivere all’ambito religioso i tabù alimentari o, peggio ancora, tacciare di fisime o di regole anacronistiche le pratiche culinarie altrui mentre accogliamo le nostre con la massima naturalezza. I vegetariani rappresentano una consuetudine antica, a mezza via tra il salutismo e il rispetto religioso di ogni forma di vita, i vegani sono un passo più in là, con il rifiuto severo di cibarsi di qualsiasi forma animale.

Chissà se arriveremo al rinuncia a mangiare anche i vegetali, che pure loro vivono, forse con una coscienza superiore al plancton marino. Per non dire delle diete. C’è chi si ciba per settimane di sole banane, o di zucchine crude.

Ma prima di tutto questo l’Occidente ha avuto, e ancora conserva in qualche luogo, norme precise in tema di alimentazione. Digiuno il venerdì, per l’Avvento e la Quaresima. Nei monasteri i religiosi non hanno mangiato carne per secoli e anche il vino è stato ammesso solo in giorni particolari. La mensa dei trappisti è costituita da pane e acqua per la metà dei giorni dell’anno. Per fare a meno dell’olio nel corso della Settimana Santa i monaci del Monte Athos hanno imparato a spremere alcuni funghi e a ottenerne qualcosa che all’olio somiglia molto.

Certo, si potrebbe dire, va bene cancellare dal menù di una festa comune ogni traccia di carne di maiale, rinunciare persino alla mortadella, che di Bologna è una bandiera e in alcuni luoghi viene chiamata con il nome del capoluogo emiliano, ma perché snaturare il tortellino, questo luogo dello spirito oltreché della cucina, la cui chiusura a mano rappresenta un’abilità rara, che si consolida nelle generazioni?

Credo dipenda da una tendenza del neo cardinale a fare le cose fino in fondo e a volere che l’intenzione dell’agire appaia evidente.

Eliminare la carne di maiale in un momento di scambio e di festa con dei musulmani è un gesto d’obbligo: alcuni consigliavano di sacrificare i tortellini, con lombo, prosciutto e mortadella, a favore dei tranquilli tortelloni, a base di ricotta, spinaci e parmigiano, e di saltare gli antipasti misti all’emiliana.

Zuppi ha voluto compiere un gesto chiaro, trasparente, mostrare con esso la disponibilità a compiere qualche sacrificio, invero piccolo, in nome di quella grande opera di carità che l’accoglienza rappresenta e che di tanto in tanto deve essere proclamata con nettezza.

 

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