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“Conosci te stesso”, la sfida dell’essere umano davanti al mistero e alla precarietà dell’esistenza

Le varie possibilità attraverso cui l’individuo può raggiungere I suoi obiettivi interiori: dall’essere fedele alla propria indole al suo capovolgimento
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L’incertezza di fronte al mistero della morte e la percezione della propria fragilità hanno da sempre spinto l’uomo a interrogarsi sul senso della esistenza e, nella antichità, a rivolgersi ai santuari nei quali oracoli e sacerdoti potessero, almeno parzialmente, dare sollievo al senso precario della esistenza. Il famoso tempo di Apollo a Delo recava, scolpito sull’architrave al suo ingresso, il motto Gnòzi seautòn ( conosci te stesso!). Elio Aristide, famoso retore del secondo secolo dopo Cristo, nativo della Misia, in Asia minore, esemplifica l’incessante ricerca della salute fisica e mentale nei suoi Discorsi Sacri ( Ieròi Lògoi) attraverso infinite peregrinazioni alle quali era indotto, a ben vedere, da una invincibile ipocondria dalla quale fu assediato per tutta la sua vita.

Ma cosa significa, più propriamente “conosci te stesso”?

Questa esortazione sembra essere in sintonia con la parabola evangelica sui talenti, nel senso che in prima istanza possa essere letta come l’esortazione: Diventa quello che sei! Con una certa cautela possiamo dire che dobbiamo innaffiare i semi delle nostre dotazioni naturali al fine di potenziarle.

Tanti anni fa, quando ero al primo anno della specializzazione in psichiatria, mi accordai con Temistocle, un collega/ amico per ripetere insieme prima degli esami. Costui, in un calda domenica di luglio, mi chiese a bruciapelo: «Come pensi che si possa fare per diventare primario il prima possibile?». Scoppiai a ridere e risposi: «Certo, amico mio, che ti vengono in mente delle idee veramente buffe. Non sappiamo ancora neppure lontanamente cosa voglia dire fare lo psichiatra e pensi già a comandare». Temistocle mi guardò un po’ storto, forse pentito per il fatto di avermi palesato un suo desiderio profondo.

Da quel momento la nostra frequentazione si fece sempre più rarefatta anche se fui invitato al suo matrimonio e, nel tempo, i nostri incontri divennero molto formali con un’ombra di imbarazzo da parte di entrambi.

È probabile che in quella domenica Temistocle avesse voluto condensare in una battuta non solo l’espressione di un suo desiderio, ma anche la base di un progetto comune (“aiutiamoci a fare carriera”) e un patto di non conflittualità reciproca nella comune ricerca del potere.

La mia ambizione era, al contrario, tutta su un altro piano: cercare di diventare un bravo psichiatra ( almeno nei limiti delle mie possibilità). Mentre io mi barcamenavo in sostituzioni di colleghi in tutta Roma e in attività che spaziavano dalla guardia medica ai servizi per tossicodipendenti, Temistocle raggiungeva i suoi obiettivi utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione, ad esempio cambiando spesso partito politico a seconda dei maggiori successi elettorali o delle “mode” dei tempi. Passò, così, da Rifondazione Comunista a Forza Italia fino a diventare, come desiderava, primario e, poi, perfino direttore di dipartimento.

A un livello più basilare si potrebbe dire che il motto “Diventa quello che sei” ha a che fare col riconoscimento di alcune doti naturali che, in certi casi, sono palesi. Ad esempio chi possiede l’orecchio assoluto ( cioè la capacità di distinguere nettamente le note musicali di un brano che sta ascoltando) può accedere ad una professione che ha a che fare con la musica. Sicuramente Bach, Mozart e Beethoven ne erano in possesso, ma anche Jimi Hendrix e Michael Jackson. Una predisposizione alla empatia e ad immedesimarsi nelle sofferenze altrui può essere alla base della scelta professionale di un medico o di uno psicoterapeuta. Nelle mie ricerche in Nepal sulle pratiche estatiche e sugli sciamani di quella stupenda zona geografica ho discusso più volte con il direttore della ricerca, Romano Mastromattei, sulle caratteristiche personologiche dei numerosi operatori estatici da noi incontrati. Pur tra notevoli diversità sembrava che il carattere comune fosse costituito dal superamento di una “malattia iniziatica” che avesse svelato una basilare vocazione filantropica.

La seconda accezione del “conosci te stesso” è anch’essa facilmente intuitiva. Si tratta di seguire il motto: “Diventa quello che non sei”.

Seguendo, ad esempio, il temperamento di una persona possiamo osservare come chi sia, in origine, trascurato e pigro possa applicarsi a diventare attivo e attento al suo decoro personale liberandosi, talora, dai condizionamenti del proprio ambiente natale. Beppe, mio fratello maggiore, durante gli studi liceali ebbe a cuore più il gruppo dei suoi amici e le attività sportive piuttosto che gli studi anche se era dotato di una intelligenza viva e facile all’apprendimento; forse anche per questo, come diceva nostra madre, “si cullava troppo sugli allori”.

Con l’inizio degli studi di medicina costruì una personalità ferrea basata sulla dedizione e la tenacia che sembrava non aver fino ad allora destinato allo studio. Si laureò, quindi, col massimo dei voti alla prima sessione del sesto anno di Medicina e fino alla pensione fu sempre il primo a prendere servizio all’ospedale e, spesso, l’ultimo ad andarsene dopo il suo turno.

Le vicende della vita possono, poi, portare alcune persone a sviluppare doti di consapevolezza e compassione che, da giovani, sembravano in loro del tutto assenti. Le conversioni rientrano in questa categoria. Nei Promessi Sposi il Manzoni descrive in pagine mirabili il tormentoso processo che porta l’Innominato alla conversione. Si può dire che, in questo caso, il “diventa quello che non sei” sia il prodotto di un radicale processo nel corso del quale la vergogna assale la persona portando ad un vero e proprio collasso della precedente struttura. Il processo è così terribile da indurre, in taluni casi, al suicidio. La terza declinazione del “conosci te stesso” potrebbe compendiarsi nel “non diventare quello che sei”.

Ciò potrebbe essere esemplificato per tutte le persone che avvertono dentro di sé un potente impulso violento e predatorio, perfino omicida. Sono le persone caratterizzate dalla presenza di molti elementi presenti nella cosiddetta Costellazione di Morte ( 1. Predominio dell’odio sull’amore, 2. Invidia primaria molto violenta, 3. Mancanza di una madre sufficientemente buona, 4. Mancanza di figure buone nei primi mesi di vita. 5. Violenze subite nella infanzia, 6. Malattie dolorose e di lunga durata. 7. Avere assistito nella infanzia a uccisioni o a episodi di crudeltà. 8. Legame con la Costellazione di Morte e la sessualità pervertito dalla vita alla morte. 9. Struttura e organizzazione narcisistica della personalità, 10. Arroganza, 11. Sottomissione a un leader sadico e omicida, 12. Incapacità di trattenere dentro di sé l’immagine di persona che contiene.) La presa di coscienza, naturalmente dolorosa, di tutto ciò può portare queste persone a riversare questa energia distruttiva nell’arte oppure in una attività socialmente utile come ad esempio – faccio per dire – il chirurgo, l’anatomopatologo o il giudice penale.

Nella mia limitata esperienza di perito presso il Tribunale di Roma ho dovuto prestare la mia opera nel caso di alcuni omicidi e ho riscontrato in me una profonda avversione nello scorrere questi tremendi fascicoli che con il loro linguaggio burocratico descrivevano orrendi crimini impietosamente documentati da crude fotografie e dialoghi surreali.

Infine “Non diventare quello che non sei” si rinviene nella seconda metà della vita di molte persone che hanno disperatamente raggiunto a prezzo di grandi sacrifici una posizione sociale ben diversa da quella delle loro origini. Ad esempio nei Buddembrock Thomas Mann rappresenta la parabola della borghesia di Lubecca che si faceva costruire nelle proprie ricche case una galleria di “antenati” fittizi, ma dipinti da pittori che traevano spunto dalle fisionomie dei loro committenti. Gli artisti, poi, provvedevano perfino ad “anticare” questi quadri. In tal modo il declino della borghesia si sovrappone all’antico declino della nobiltà che l’ha preceduta.

È noto che i borghesi di Lubecca intentarono un processo a Thomas Mann dal momento che si scoprirono impietosamente descritti nel suo capolavoro. Per la cronaca il giudice assolse lo scrittore sancendo l’autonomia dell’opera d’arte.

Quanti uomini politici, dirigenti, capitani di industria, direttori, primari abbiamo conosciuto che, forse, sarebbero stati più opportunamente per loro e per i loro sottoposti dei “semplici” quadri di partito, capi ufficio, medici di reparto, artigiani o anche amministratori di condominio o contadini?

Perché leggiamo racconti come questo? Forse perché siamo assetati di un senso più profondo che utilizzi, per esprimersi, parole semplici, ma dirette al cuore dei problemi che ci assillano. Ad esempio nella psicoterapia la relazione emotiva intersoggettiva consente spesso di riparare i traumi relazionali passati e i legami di attaccamento spezzati. È un po’ come se il processo comportasse la creazione di nuove connessioni neurali; almeno credo che per me come paziente sia accaduto proprio questo.

* Psichiatra e Antropologo

 

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