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Il paradosso della stampa italiana che inneggia al “plebliscito” di Rousseau

Se domani affidano a Rousseau di dire sì o no al sabato pentastellato, che cosa fai: aspetti l’esito?
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Ieri le prime pagine di pressoché tutta la stampa quotidiana erano invase da titoli pressoché tutti uguali sul “Sì di Rousseau” al nuovo esperimento di governo. Titoli, cioè, che salutavano il governo di imminente costituzione avendo registrato il risultato positivo di quella balorda consultazione. Pressappoco: “Ha vinto il sì, nasce il nuovo governo”.

E davanti a titoli come quello che cosa si deve pensare? Che si trattava di iniziative giornalistiche spiritose, confezionate per denunciare l’oscenità dell’operazione e, soprattutto, la spaventosa irresponsabilità di quelli che la accreditano? Tipo: “Cari lettori, pensate un po’ in che condizioni siamo messi se i meccanismi di attivazione del potere che dovrà dare indirizzo politico al Paese sono subordinati a una simile cialtronata”. Macché. Quella rappresentazione e quei titoli erano serissimi. Pace se è inaudito che in un assetto costituzionale di tipo parlamentare come il nostro gli avvicendamenti al potere nelle istituzioni repubblicane siano affidati ai maneggi di una “piattaforma” costituita non si sa come e che opera in dichiarato conflitto con il sistema di rappresentanza del consenso popolare.

Pace se, per soprammercato, almeno un paio di volte le autorità di controllo competenti hanno sanzionato l’opaca inaffidabilità di quel dispositivo di voto. E pace se anziché assistere inerti, se non compiaciuti, alla formazione di questa stortura civile, politica e istituzionale bisognerebbe piuttosto indicarla al lettore per quel che è, vale a dire una protuberanza malata e inguardabile cresciuta dal tronco marcio di un’informazione che fa finta di descrivere e in realtà celebra il corso desolante di questi avvenimenti.

Tutto questo non conta nulla. Siccome Rousseau deve dire la sua, allora tu non solo ci fai l’apertura del giornale ( e passi), ma proponi lo schema come se si discutesse di una faccenda con una sua bella plausibilità istituzionale. Attenzione: è quasi inutile precisare che alla scelta di titoli come quelli può cospirare anche una specie di candore. Poiché mi piace l’idea del nuovo governo ma temo l’esito di quel pasticcio digitale, ecco che davanti all’ottanta per cento di clic positivi io rigurgito quei timori in forma soddisfatta e capovolta e me ne vengo fuori con quel titolo: Rousseau ha detto sì, e dunque c’è il nuovo governo.

Ma l’idea che in questo modo tu rendi istituzionale, cioè elevi al rango delle cose pubblicamente accettabili, la pratica di condizionare lo scioglimento di una riserva governativa e lo sviluppo della vicenda politica del Paese a quella documentata e pericolosa truffa; l’idea che i cittadini, i lettori, gli elettori possano apprendere senza nessuna perplessità, perché tu non gliela prospetti, che quel presunto voto appartiene in modo ineccepibile all’insieme degli elementi che organizzano la vita del nostro ordinamento democratico; insomma l’idea che quel titolo non dovresti farlo nemmeno se ( e anzi proprio perché) naturalmente sei portato a farlo, proprio non ti viene? Se domani affidano a Rousseau di dire sì o no al sabato pentastellato, che cosa fai: aspetti l’esito?

 

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