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Giannola: Un nuovo governo Pd- 5 stelle? Ma per il Sud non cambia niente

Il ddl sulle autonomie avvelena i pozzi, il rischio è che tutto si riduca alla litania di quante briciole di solidarietà consegnare ai meridionali
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Che il Mezzogiorno sia uno dei tanti temi nel confronto tra Pd e M5S non è un passo in avanti rispetto al silenzio che caratterizzò la trattativa con la Lega. Del Sud oggi si deve parlare perché si è tirati per i capelli dai numeri della crisi in atto sotto il Garigliano. Per i Cinquestelle poi, perso il Nord, il Sud è salire sulla zattera di sopravvivenza dalla quale proclamarsi ‘ salvatori della Patria’, ordinando ‘ indietro tutta’ sul progetto di regionalismo a geometria variabile da loro sottoscritto a maggio 2018 e qualificato – è bene ricordarlo – come l’unico punto assolutamente prioritario del Contratto di governo.

La natura eversiva di quel progetto era palese, esplicitata nel rinvio alle preintese sciaguratamente sottoscritte dall’esecutivo Gentiloni. Dopo averlo salutato come «evento epocale», i governatori Zaia e Fontana annunciarono «la prossima restituzione dei miliardi indebitamente sottratti ai territori».

Il confronto in atto sconta il rischio che tutto si riduca alla rituale litania di quante briciole di solidarietà promettere ai meridionali e non affronti l’urgenza di fare il punto su un progetto per l’Italia alternativo all’unico in campo: quello dei Lombardo- Veneti e compagni, che prospetta una confederazione di Piccole Patrie liberate dalla palla al piede meridionale.

Non rassicura sentir parlare il M5S di autonomie rivedute e corrette «per completare il percorso» intrapreso nei segreti confronti tra la ministra leghista e le regioni leghiste; né conforta il silenzio del Pd che trema al solo pensiero di un’Emilia Romagna leghista.

Per questo non ha senso guardare al Mezzogiorno come ad un problema tra i tanti. Non si considera, al di là delle sceneggiate e della sua insipienza strategica, che Matteo Salvini è saldamente in pugno ai ruspanti governatori. Né che la crisi balneare, a lungo annunciata, è stata imposta dallo stallo sul progetto che Zaia e Fontana ritenevano di portare rapidamente a casa e che invece si era impantanato nella guerra di trincea combattuta non dalla politica bensì da una sparuta rappresentanza della Casta. Fermati sul bagnasciuga, i due improbabili padroni del Nord hanno imposto la crisi al fine di andare prestissimo alle urne contando sul via libera di futuri Parlamento e governo conformi ai sondaggi. Non sorprende quindi la loro silente, rabbiosa reazione alla regia del leader che invece di portarli alle urne riesce a propiziare un governo nel quale i vecchi soci saranno i più fieri avversari della loro Autonomia.

Non solo. I pifferai che andavano per suonare – almeno al momento – sono stati suonati e, senza volerlo, hanno dato il via ad una inaspettata operazione verità dalla quale emerge che in barba alla legge ( la 42 del 2009) ed alla Costituzione da oltre dieci anni, il ricorso al «provvisorio» criterio della spesa storica ha scientemente consolidato una distribuzione territoriale delle risorse pubbliche cinicamente ‘ estrattiva’ a tutto vantaggio della parte forte del Paese.

Mentre la folta schiera di «Apostoli del capitale sociale» si accanisce sulla pessima classe dirigente meridionale, l’egemonia settentrionale organizza e procede a sistematiche trasfusioni dal Sud a sostegno di un made in Italy in declino.

In realtà questo confronto si limita agli effetti più che alle cause del pluriennale disastro. Si recrimina sulle evidenze che l’onda lunga di questa crisi porta con se.

 Le politiche più efficaci per avvicinare l’Italia all’Europa sono anche quelle che aumentano la distanza tra Milano e Napoli, tra aree avanzate e arretrate del Paese». Farei sommessamente osservare che al pari dei baldanzosi governatori si parte da presunzioni che spacciano false verità. Se un fallimento Paese c’è, esso è clamoroso e più significativo nelle sue aree avanzate.

Pur favorite da più di venti anni di ben orientate asimmetrie macro e gratificate dalle citate trasfusioni, esse hanno costantemente perso posizioni nella Ue. Lo documentano da anni i dati Ocse e gli indicatori Eurostat sul prodotto aggregato e pro capite, sugli indici di competitività, sulla qualità della vita, ecc.Non si salva la Lombardia e pure Milano esce dalgotha delle aree più ricche della Ue, sopravanzata oggi da Bratislava! Meraviglia la meraviglia della stampa “specializzata”: è invece condivisibile la preoccupazione sintomo di «sottile disperazione».

Se il Sud – vuoto a perdere – è oggetto di simili elucubrazioni dell’intellighentzia lombardo- veneta, non si può tacciare di estremismo il ruspante sovranismo regionale alla Zaia. In fondo esso mira solo a una silenziosa modifica dell’assetto istituzionale per riconciliare il razionale al reale possibile, facendo giustizia dell’irrealizzato federalismo che dal modello cooperativo alla Buchanan viene forzato a un confederalismo ( la geometria variabile!) che circoscrive i diritti di cittadinanza alle mura della Piccola Patria.

Si mira a dare veste legale al reale in barba alla Costituzione, all’attuazione del Titolo V ( la 42/ 2009) rinviata a uno sfuggente futuro prossimo.Ben venga quindi e con urgenza la riflessione a tutto campo, sui tanti e tutti interconnessi, aspetti del Mezzogiorno, involontario primo attore nel magmatico smottamento del Paese verso la sua disarticolazione e dalle cui conseguenze una parte del Paese intende immunizzarsi.

Il rischio da scongiurare è proprio quello di guardare al Sud in isolamento, un oggetto a parte, un problema da esorcizzare affinché non infetti e condizioni “l’ altra Italia”. Solo così si torna al nocciolo della Questione meridionale: capire dove va e dove potrebbe andare il Paese. Solo così sarà possibile un diverso modo di ricomporre reale e razionale con un rinascimento del Mezzogiorno nel ruolo – indispensabile al Nord – di secondo motore del Sistema Italia.

Se solo provassimo ad alzare la testa per darci una prospettiva è probabile che “l’opzione mediterranea” finora molto indigesta, risulterebbe convincente. Il Settentrione da solo, bene che vada, può ambire al ruolo il terzista di lusso della Germania, senza avere in mano nessun bandolo delle matasse nelle quali si svolge – tramontato il mito distrettuale – il mito nuovo delle catene del valore. È decisamente poco per un Paese di sessanta milioni di cittadini.

Non voler vedere il confronto tra le locomotive ansimanti e quelle degli altri Nord del mondo non aiuta certo a contrastare l’eutanasia del Paese. Essa si ferma recuperando il Sud.Il Sud è il Mediterraneo, è la globalizzazione, è la logistica dei porti, l’energia pulita. Certo, dopo tanti anni di pigra ignavia, ci vuole più umiltà, meno provincialismo ‘ confederato’.

E il mainstream degli economisti va riportato alla Storia. Ricordiamo ieri Mazzini: «L’Italia sarà quello che il Mezzogiorno sarà». Ricordiamo oggi l’ auspicio di Fernand Braudel da Milano ( 30 marzo 1983) sulle colonne del Corriere della Sera: «Valorizzare Napoli sarebbe una fortuna per l’Italia e per l’Europa, ma l’Italia ha paura… Questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana… Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento, quale fortuna per tutti noi se, ora, domani, potesse essere mobilitato. Quale fortuna per l’Europa ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna Napoli merita più che mai che le sia data». Un progetto possibile, non un’utopia, non un’illusoria presunzione.

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