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Dis-continuità, lo scoglio che può portare al naufragio

Il vero rischio è, al contrario, una sostanziale continuità. La stessa divaricazione programmatica che è emersa dopo l'idillio iniziale tra i soci della precedente maggioranza
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Il secondo governo Conte nasce sotto auspici infausti. Il secondo governo Conte nasce accompagnato dai presagi migliori. Le due affermazioni opposte si sono conciliate nella giornata chiave della crisi a riprova del carattere bizzarro se non addirittura surreale di questa crisi e del suo esito.

I segnali che indurrebbero cupo pessimismo sono stati squadernati di fronte alle telecamere, all’uscita dallo studio del capo dello Stato. Il segretario del Pd ha modulato un solo tema: nessuna continuità con il governo precedente. Tavolo nuovo, mazzo nuovo. La tendenza va invertita. Il leader politico dell’M5S ha martellato sull’esigenza opposta: massima continuità. L’ottimo lavoro, apertamente rivendicato, è stato interrotto dal colpo di testa fellone di Salvini, va ripreso col nuovo socio. ‘ Non c’è nessun testimone da passare’, esplicita Zingaretti. Raccoglieremo il nostro stesso testimone, risponde tra le righe ( ma neppure troppo) Di Maio.

Lo scambio plateale è solo la schiuma di un’onda di ben altre dimensioni. Il nuovo vascello salpa con l’equipaggio e i convenuti sul molo che si scambiano sguardi d’odio. Le differenze profondissime, non su questo o quel punto di programma ma sull’impostazione di fondo su numerosi fronti, potranno essere nascoste per un po’, ma non per molto.

Il problema, in realtà, non è affatto la discontinuità, trasformata per comprensibili motivi in bandiera dal Pd. A garantirla sarà infatti proprio il presidente del consiglio, e lo ha già dimostrato con il breve discorso pronunciato dopo il conferimento dell’incarico, vigorosamente orientato a sinistra. In parte dipende dal fatto che Conte è un politico capace di adattarsi alle circostanze, in nome di quel ‘ nuovo umanesimo’ che cita sempre e che è la sua versione nel ‘ né di destra né di sinistra’.

In parte però è anche vero che in cuor suo Conte avrebbe preferito sin dall’inizio un’alleanza con il Pd, partito al quale era stato vicino prima di spostarsi verso l’M5S, piuttosto che con la Lega. La stessa nota dolente dell’immigrazione, che Conte ha evitato anche solo di citare alla lontana nel suo discorso, è una bomba più rumorosa che davvero deflagrante.

Al netto delle posizioni fragorose e propagandistiche di Salvini, lo stesso Pd non ha infatti alcuna intenzione di giocarsi la residua popolarità con una politica di apertura sostanziale. In fondo il primo a minacciare la chiusura dei porti e a concretizzare la riapertura dei lager in Libia è stato il Pd Mnniti.

Il vero rischio è, al contrario, una sostanziale continuità. La stessa divaricazione programmatica che è emersa dopo l’idillio iniziale tra i soci della precedente maggioranza, erodendola sino a rendere la convivenza impossibile, minaccia infatti di riproporsi ora, in particolare proprio sul tema chiave del modello di sviluppo. Un fronte sul quale le posizioni del Pd, retorica ambientalista a parte, sono in realtà molto più vicine a quelle della Lega che non a quelle dei 5S.

Sarebbe bene ricordare che il casus belli che ha innescato la crisi di governo è stata la Tav. Su quel tema, anche simbolicamente determinante, Lega e Pd difendevano la stessa posizione, contro i 5S e la sinistra che dovrebbe a propria volta far parte della nuova maggioranza e in posizione fondamentale al Senato.

I presagi che inducono ottimismo sono però altrettanto indiscutibili. Il tasso dei btp decennali ha raggiunto il minimo storico proprio nelle ore in cui si sbloccava la situazione sul Colle. Lo spread scende a precipizio. Non è solo il verdetto dei famigerati ‘ mercati’.

E’ il segno preciso di uno schieramento nettissimo di Bruxelles e delle capitali europee a favore di un governo senza la temuta Lega all’interno e presieduto da un uomo nel quale Berlino, Parigi ed Elizabeth von der Leyen hanno piena fiducia.

Si tratta di un’arma potentissima nelle mani di Conte: la sola vera carta vincente di cui disponga ma tale da poter, se non capovolgere, almeno riequilibrare i pronostici cupi sul suo nuovo governo. L’Europa farà il possibile per aiutarlo. Se bisognerà chiudere tutti e due gli occhi, almeno per un po’ Bruxelles lo farà.

A far pendere la bilancia da una parte o dall’altra saranno le nove elezioni regionali in calendario nei prossimi mesi, incluse le roccaforti del Pd, Emilia e Toscana. E’ sin troppo evidente che se nelle urne la nuova coppia di governo sarà penalizzata, o se, come nel caso della maggioranza gialloverde, uno dei soci sarà premiato a capito dell’altro, un governo la cui intrinseca fragilità è evidente non reggerà.

Dunque la sfida della nuova maggioranza è dunque prima di tutto sul terreno che in ultima analisi resta decisivo, quello della popolarità e del consenso. E dunque sulla scommessa più difficile ma anche più determinante di tutte: passare da un’alleanza di governo che è già politica e non solo di contratto a una coalizione capace di presentarsi insieme alle urne. Se non ce la faranno la caduta sarà solo questione di tempo.

 

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