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Brexit, bufera su Johnson per lo stop al Parlamento

Ok della regina alla sospensione. Si riprenderà il 14 ottobre, con il Queen's speech. Raccolte 500mila firme per la petizione contro la decisione del premier critiche le opposizioni che avranno poco tempo per fermare il “no deal”
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Boris Johnson procede come un treno in corsa sulla strada della Brexit senza il “no deal”, cioè senza un accordo con l’Unione Europea. E lo fa con un atto che sta già provocando violente polemiche nel Regno Unito.

Johnson infatti ha chiesto alla regina di sospendere, praticamente chiudere, il Parlamento fino al 14 ottobre, giorno in cui si dovrebbe tenere il tradizionale Queen’s Speech, il discorso della sovrana di inizio anno politico. La richiesta di Johnson è stata approvata dalla regina. E il premier britannico ha incassato anche il nuovo endorsement del presidente americano, Donald Trump: «Sarebbe molto difficile – ha scritto in un tweet per Jeremy Corbyn, il leader dei laburisti britannici, chiedere un voto di sfiducia contro il nuovo premier Boris Johnson, specialmente alla luce del fatto che Boris è esattamente quello che il Regno Unito ha cercato e dimostrerà di essere “un grande”!».

Mezzo milione di persone hanno firmato la petizione contro la decisione del premier britannico, Boris Johnson, di far sospendere i lavori parlamentari fino al 14 ottobre. Una mossa che punta a togliere spazio di manovra ai Comuni che vogliono evitare una Brexit senza accordo il 31 ottobre.

La stragrande maggioranza dei commentatori, però, non hanno nascosto come quello del primo ministro sia un tentativo di impedire un dibattito e l’approvazione di leggi per fermare proprio l’uscita incondizionata dalla Ue. Il termine ultimo per la Brexit è infatti fissato per il 31 ottobre, in questa maniera il tempo per modificare la situazione sarebbe pochissimo.

Per il portavoce della Camera dei Comuni John Bercow si tratta di un «oltraggio costituzionale». Una voce significativa, quella di Bercow, in quanto raramente commenta le decisioni politiche, ma che questa volta non ha usato mezzi termini: «Comunque sia mascherato, è palesemente ovvio che lo scopo ora sarebbe quello di fermare i parlamentari nella discussione sulla Brexit plasmando il corso del Paese».

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha annunciato di aver scritto alla Regina per chiedere un incontro «per urgenza e prima che venga presa qualsiasi decisione finale». Corbyn ha poi aggiunto che «sospendere il Parlamento non è accettabile. Ciò che il Primo Ministro sta facendo manipola la nostra democrazia per forzare un accordo», aggiungendo ancora «il nostro primo ministro deve tener conto del Parlamento. Ciò che sta facendo è scappare. Faremo assolutamente tutto il possibile per fermarlo.»

La risposta di Johnson ha negato il contenuto delle critiche ritenute false, e ha giustificato la sua decisione con l’intento di accelerare sulla strada delle riforme senza aspettare l’esito del 31 ottobre. Inoltre ha insistito che ci sarebbe ancora «tempo sufficiente» per i parlamentari per discutere dell’uscita del Regno Unito. «Abbiamo bisogno di una nuova legislazione. Dobbiamo presentare nuove e importanti proposte di legge ed è per questo che avremo un discorso della regina», ha aggiunto il primo ministro.

Ora però la vicenda rischia di diventare materia per una disputa legale molto delicata.

Numerose figure di alto profilo, tra cui l’ex primo ministro John Major, hanno minacciato di andare in tribunale, una sfida che tra le altre cose rischia di coinvolgere anche la stessa regina Elisabetta.

Sul piano politico invece si registrano già le iniziative di alcuni deputati laburisti. Si aspetta anche di capire se Corbyn convocherà un dibattito alla Camera dei Comuni la prossima settimana. Il pericolo immediato per le intenzioni di Johnson è quello di un voto di sfiducia, un’eventualità sottolineata dal veterano dei Conservatori, Dominic Grieve.

La sfiducia infatti è qualcosa che «i partiti dell’opposizione hanno lasciato sul tavolo come un’altra opzione per fermare il “no deal”» – aggiungendo «questo governo verrà giù».

Sulla vicenda è intervenuto un gruppo di 25 vescovi della Chiesa di Inghilterra che ha scritto una lettera aperta in cui si esprime «particolare preoccupazione» per la prospettiva di una Brexit no- deal. I vescovi mettono in guardia sul «potenziale costo» di un’uscita del Regno Unito dalla Ue senza accordo, nel giorno in cui il premier Boris Johnson ha chiesto la sospensione del Parlamento, avvicinando lo spettro di una “hard Brexit”.

Nella lettera, i vescovi avvertono che il divorzio da Bruxelles senza accordo «difficilmente» porterà a una «riconciliazione o alla pace in un Paese spaccato». Anche l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, martedì. che ha annunciato la propria partecipazione ad eventi sul no deal con l’obiettivo di «favorire il confronto tra i cittadini».

 

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