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Come e perché “Super Mario” Draghi ha detto no a guidare il governo tecnico

SuperMario ha declinato anche gli inviti ai convegni su Ciampi per evitare la retorica sul “ritorno in campo”. Quella volta che di fronte a Bankitalia, disse ai ragazzi di Occupy Wall street: «avete ragione»
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Quando la crisi troverà il suo esito, siano elezioni o un nuovo governo, filtreranno notizie e si comincerà come sempre succede a delineare cosa è accaduto dietro le quinte nei rapporti politici, cosa ha determinato questo o quell’esito del doppio populismo italiano.

Ma intanto si può già raccontare perché, da subito, il campo è stato sgombro da un’ipotesi pur molto gettonata da mesi: quella del governo tecnico. Non si tratta della rinuncia a prescindere da parte del presidente Mattarella, che secondo la vulgata mediatica “non è Napolitano”, “mica è un interventista”, “rispetterà la Costituzione”, come se Luigi Einaudi, Oscar Luigi Scalfaro o per l’appunto Giorgio Napolitano non avessero rispettato la Costituzione dando vita ai governi Pella, Ciampi, Monti ( sono solo alcuni esempi). E come se davvero fossero mai esistiti presidenti della Repubblica “notai” che tanti media ancora si ostinano ad evocare.

Si tratta del fatto che, semplicemente, Mario Draghi si è detto indisponibile. Contattato per tempo e in maniera informale non sappiamo dire esattamente da chi, ma non è peregrino supporre si sia trattato delle stanze più alte e decorate del Colle con le quali il filo telefonico è rimasto sempre acceso – il leader della Eurotower ha declinato.

Il passaggio era in qualche modo inevitabile se non obbligato, poiché la vox populi ( e la cosiddetta classe dirigente) invocava l’avvento di SuperMario già salvatore dell’euro in soccorso dell’Italia. E il peso dell’allievo di Federico Caffé ( tesi di laurea sul Piano Werner, il precursore della moneta unica) e poi di Franco Modigliani al Mit, ex World Bank, ex direttore generale del Tesoro di Ciampi, ed ex governatore della Banca d’Italia, è tale che nemmeno ai politicanti di oggi sarebbe riuscito di liquidarlo dopo un annetto alla stregua di un “governo amico”, come accadde a Pella e poi anche tristemente a Ciampi.

Ma appunto richiesto della disponibilità, a crisi di governo che era appena stata adombrata, Draghi ha risposto di no.

Ed è stato solo l’ultimo di una serie di dinieghi, dopo quello di giugno di fronte a chi lo metteva in corsa per la presidenza della Commissione europea, e a ruota poi per la presidenza del Fondo Monetario Internazionale ( che del resto conta assai meno di una volta). Sempre ringraziando, Draghi si è tirato indietro.

Quanto alle ipotesi italiane, il segnale più forte era stata già l’assenza al primo dei convegni celebrativi della figura di Carlo Azeglio Ciampi organizzato dalla Banca d’Italia il 9 luglio scorso: partecipare, avrebbe comportato paginate di giornali sul “ritorno” di Draghi, rinfocolando le ipotesi di governi tecnici. E pare che, in attesa di lasciare la Bce a fine ottobre prossimo, Draghi abbia per ora detto no anche ai successivi convegni dedicati a Ciampi, di qui a un anno.

Ragioni personali, dicono le fonti: e certo comunque un impegno come governare la moneta europea per 9 anni ( Draghi è il primo a portare a compimento l’intero mandato, avendone espletato i suoi predecessori Duisenberg e Trichet solo la metà a staffetta per un accordo tra Germania e Francia), e pure sfidando le crisi come quelle partite dal crack Lehman Brothers.

Non è solo oleografia quando i giornali usano l’immagine del “bazooka di Draghi” per tratteggiare l’effetto del quantitative easing, e del “whatever it takes”, la frase con la quale stoppò l’assalto speculativo all’euro. Contrastando, certo anche con l’appoggio di Angela Merkel, i nemici interni della Bundesbank.

Poi naturalmente ci sono altre ovvie considerazioni. Ripristinare l’onore dell’Italia e la fiducia del mondo in essa non è una cosa alla quale ci si possa sottrarre. Ma un conto è guidare un governo di mezza legislatura con un Parlamento dal quale sembra scomparso il criterio della razionalità e del senso di realtà, e altro sarebbe invece rappresentare la Nazione dal Quirinale.

Non stiamo ovviamente dicendo che Draghi guardi al 2022 come orizzonte del proprio futuro ( sarebbe un capo dello Stato giovane, per l’Italia: un settantenne). Stiamo dicendo che ha uno standing più che adeguato. Essendo un tecnico capace di agire da politico ( cosa che alla Bce non gli è stato interamente possibile), un vero Mister Europe ( avendo ricoperto l’unico alto incarico della Ue che preveda poteri).

Avendo una formazione che ha incrociato accademia, dirigenza pubblica, settore privato, governo della moneta nazionale, Banca centrale europea. Ed essendo capace di trovare impensabili punti di equilibrio, con un ecumenismo che forse gli viene dalla formazione gesuitica.

Quando da governatore della Banca d’Italia si trovò via Nazionale bloccata dai ragazzi di Occupy Wall Street, interruppe quel che stava facendo per fare una dichiarazione che suonava più o meno così: “Ma questi giovani hanno perfettamente ragione, le loro istanze sono giuste!”. La manifestazione smobilitò in breve. Chi potrebbe far meglio di così?

 

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