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Lidia Ravera: «L’alleanza coi 5 Stelle non s’ha da fare. Né ora né mai»

«Il Pd deve riconquistare i voti persi e andati ai 5 Stelle. Salvini ha provato a fare un golpetto d'agosto, lo si batte riinnamorandosi della politica»
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A Stromboli il mare è in tempesta e le porte dall’altro capo del filo sbattono. La voce di Lidia Ravera però non si interrompe, se non per riflettere brevemente e scegliere l’aggettivo giusto. Scrittrice e giornalista, si è prestata alla politica per cinque anni come assessore alla Cultura, nella giunta della regione Lazio di Nicola Zingaretti. Oggi continua a definirsi di sinistra e della politica dice che, proprio in questa fase di così forte sfiducia, «dobbiamo far finta che ci piaccia da morire».

Con quale stato d’animo sta seguendo questa crisi d’agosto?

Cosa devo dirle… Sono preoccupata, come tutti gli italiani credo. Con la crescita della sua popolarità, Salvini ha raggiunto un livello di ebrezza psichica tale che ora vuole mettere all’incasso il bottino. Ha di fatto tentato di fare nemmeno un golpe: un golpetto. Guarda caso di Ferragosto.

Spiega così la tempistica?

Lega e 5 Stelle non sono mai stati fatti per governare insieme. Hanno genesi diverse e nessun punto in comune, se non il populismo. Il populismo, però, è una forma, non un contenuto. Questa crisi poteva scoppiare sei mesi fa come tra sei mesi: non ha alcuna ragione reale, oltre al fatto che Salvini punta a capitalizzare questo vento favorevole. Alla base c’era un contratto di governo, non una convergenza ideologica.

Ribadisco, un’alleanza senza senso. Anche quand’ero piccola io c’era l’ipotesi del compromesso storico, ma Pci e Dc avevano punti di contatto, perchè i principi del Vangelo e quelli del comunismo in parte coincidono. Poi le cose sono andate come sono andate e quell’alleanza era malvista dai più, me compresa perchè ero una bambina estremista. Eppure quell’accordo aveva un senso politico. Nulla a che vedere con la politica come la si intende oggi: tutta legata alla tattica, finalizzata al potere per ottenere potere.

A proposito di alleanze, oggi si paventa l’ipotesi di un governo di scopo Pd- 5 Stelle. Avrebbe senso?

Guardi, io sono così terrorizzata dall’avanzata della Lega, che sarei d’accordo con ogni tipo di possibilità. Le dico però, con le parole di Manzoni, che l’alleanza coi 5 Stelle “non s’ha da fare, nè ora nè mai”. La via giusta, credo, sarebbe un’altra: egemonizzare quella parte di elettorato che ha votato 5 Stelle, li ha messi alla prova e ora è deluso. Non scordo che tra le bandiere dei grillini c’erano la lotta contro l’imbarbarimento della politica e contro gli sprechi, la burocrazia, il malcostume e la corruzione. Insomma, temi propri della sinistra. Dentro al teatrino 5 Stelle ci sono cose giuste, che la sinistra potrebbe coerentemente raccogliere, dando casa ai delusi.

Quindi meglio le urne che l’accordo?

Vedo possibile un incontro di elettorati Pd e 5 Stelle, mentre non positiva un’alleanza prima. Molta parte di chi oggi sarebbe disposto, anche turandosi il naso, a votare il Pd, non lo farebbe se i dem si alleassero coi 5 Stelle. Il Pd deve diventare depositario dei loro delusi senza allearsi.

Eppure la direzione che sta prendendo il partito sembra un’altra, anche se Zingaretti non si è ancora espresso.

Le faccio una premessa: io di Zingaretti ho una buona opinione, perchè è un riflessivo, uno che non si lascia condizionare troppo dal suo ego. Lo tiene a cuccia e mantiene unito il partito. Io spero che i dirigenti del Pd si facciano un esame di coscienza, restino uniti e allarghino anche a Leu e a tutta la sinistra. Serve senso di realtà: nessuno sente il bisogno di un nuovo partito di Renzi, serve unità per riacquistare una forza numerica.

Per fare che cosa?

Per difendere un’idea di società, non gli interessi di un partito o l’opportunità di un’alleanza. In questo momento storico, ad essere in discussione è l’idea stessa di una civiltà, che è quella per cui noi abbiamo lottato. Un mondo sta finendo e rischia di cominciarne uno che non ci piace: se il Pd si divide, non ci sarà modo di contrastare questa deriva e tutto sarà perduto.

Teme anche che i cittadini non capirebbero un nuovo governo?

Questo non glielo so dire. Nemmeno io vorrei le elezioni, ma se la maggioranza non sta in piedi io eviterei cerottini. Immagino che sarebbe il solito governo balneare, per poi ritrovarsi da capo a dodici. Se fosse un governo più solido, forse… Ma dipende da cosa i partiti riescono a mettere insieme. La mia preoccupazione è un’altra: come si arriva a queste elezioni. Forse è vero che una dilazione ci farebbe arrivare più forti, però il nostro compito non è quello di stabilire la tempistica istituzionale, ma linee di principio.

Quale modello può opporre la sinistra?

Quello dell’inclusione. Le grandi migrazioni non sono un’emergenza momentanea, è il mondo che si sta ridisegnando e che va ripensato. Le cose cambiano e non si risolve nulla chiudendo le porte. Anche perchè, in un paese a crescita zero e con alta aspettativa di vita, i migranti riporterebbero un equilibrio demografico. Un altro modello da rimettere in moto è quello dell’ascensore sociale, con al centro il valore dello studio e della cultura. Il nostro è un paese che potrebbe vivere di questo, con il turismo.

Basterà?

Solo se la sinistra sarà capace di fare una narrazione ampia di un progetto di società diversa, rispetto a quella della destra populista, che cavalca gli istinti peggiori. Oggi viviamo in una società che, già quando nasciamo, ci dice se saremo tra i pochi felici o tra i milioni di sconfitti. Una società immobile, a cui noi dobbiamo ridare fiducia per rendere le persone meno precarie, infelici e rabbiose.

Da destra, diranno che è il solito paternalismo della sinistra.

Io credo nel fatto che la classe dirigente abbia un compito pedagogico, non che le masse popolari abbiano sempre ragione e vadano gratificate per ottenere un consenso conformista. La società si costruisce imponendo principi giusti, anche se non fanno piacere: nessuno è felice di pagare le tasse, ma si pagano perchè è l’unica forma di redistribuzione del reddito. Si tratta di principi, come quando si educa un figlio. Per me, essere di sinistra significa lottare contro la nostra parte egoista e non farla prevalere.

Sente la mancanza dei leader di un tempo?

La politica è diventata una professione e questo purtroppo ne ha abbassato il livello. Quando nasceva da una passione, c’erano grandi personalità che ora non ci sono più, ma non è colpa dei singoli. Magari, nascosto in un angolino del loro animo, c’è qualcosa di meglio, ma è politica che non permette di tirarlo fuori. Personalmente, sono molto più preoccupata della sfiducia nei partiti. Questo sì mette a repentaglio la democrazia.

Lei ha avuto una parentesi politica, è questo ciò che ne ha ricavato?

Guardi, avevo anche pensato di scrivere un libricino con tutti i miei appunti di quei cinque anni, perchè da scrittrice estranea a quel mondo ho dovuto imparare un mestiere nuovo. Si doveva intitolare “Saluti istituzionali”. Poi ho deciso di no.

Perchè no?

Perchè avrei raccontato come funziona la politica e come, nel mio piccolo, ho scoperto che non funziona. Oggi però viviamo in un tempo in cui c’è già troppa sfiducia nella politica e il mio pamphlet sarebbe stato un altro mattoncino che si aggiungeva al sospetto generale. Mi sono chiesta se ce n’era bisogno e mi sono risposta di no: oggi, anzi, abbiamo il dovere di far finta che la politica ci piaccia da morire. Magari lo scriverò in futuro, quando le cose ripartiranno nel modo giusto.

Salvini dice che, contro questa sinistra, vincerà per i prossimi trent’anni.

L’arroganza è cattiva consigliera, sempre. Lo direi volentieri a Salvini, se mai ci prendessimo un caffè insieme, un giorno.

 

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