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Paura, intrighi, minacce L’estate che portò alla II guerra mondiale

Dal patto Molotov- Ribbentrop che sanciva l’accordo tra Russia e Germania per la spartizione della Polonia e dei paesi del baltico all’annuncio di Hitler che «avrebbe distrutto la razza ebraica in Europa»
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Al mattino del 25 agosto 1939 il cortile della Casa Bruna, a Berlino, era pieno di distintivi del partito nazista gettati lì da militanti delusi. Il giorno prima era stato reso noto il Patto Molotov- Ribbentrop, l’accordo sino a pochi giorni prima considerato impensabile tra la Germania nazista e l’Unione sovietica di Stalin. I nazisti la presero peggio dei rossi, che erano ormai abituati all’idea che la difesa dell’Urss, patria del socialismo, venisse sempre e comunque al primo posto. Per i nazisti, abituati non solo a considerare i rossi il nemico ma anche a guardare alle terre dell’est come preda naturale di una Germania bisognosa di lebensraum, di ‘ spazio vitale’, la pillola fu più indigesta.

Lo stesso Hitler a quel patto ci aveva creduto pochissimo, e forse aveva esitato per gli stessi motivi che avevano così profondamente deluso tanti dei suoi militanti. In privato continuava ad assicurare che lo scontro con l’Unione sovietica era comunque inevitabile. Ma al momento il trattato permetteva di invadere la Polonia, come Hitler era deciso a fare sin da marzo, non solo senza dover temere la guerra su due fronti, incubo dei generali tedeschi, ma anche con buone speranze di evitare il coinvolgimento di Gran Bretagna e Francia, che in marzo si erano fatte ‘ garanti’ dell’indipendenza della Polonia.

Il patto era stato perseguito e realizzato dal più scarso e più disprezzato, anche dallo stesso Fuhrer, tra i gerarchi nazisti, il commerciante di vini von Ribbentrop.

Non era neppure uno dei ‘ vecchi camerati’, quelli che avevano militato nella Ndsap già dagli anni Venti ed era universalmente considerato un pallone gonfiato. Tuttavia fu proprio quel politico e diplomatico di terz’ordine, nel 1939 ministro degli Esteri a immaginare, cercare e realizzare l’alleanza impossibile che apriva all’esercito di Hitler le porte della Polonia. Il Patto comportava infatti una clausola, rimasta segreta sino alla fine della guerra, in base al quale le due potenze spartivano sia la Polonia che i Paesi del Baltico.

Le potenze occidentali non furono colte del tutto alla sprovvista dalla firma dell’accordo. Erano al corrente di quel che stava per succedere già da un paio di giorni. La mazzata era arrivata allora. Tuttavia, contro le previsioni di Berlino, sia la Francia che il Regno unito decisero di confermare la garanzia di intervento in caso di attacco alla Polonia. Quell’attacco, del resto, ci sarebbe stato in ogni caso, anche senza il Patto russo- tedesco. Il ritorno alla Germana del ‘ corridoio di Danzica’, la striscia di terra che metteva in comunicazione la città a maggioranza tedesca con la Prussia orientale era solo una scusa, come lo era stata l’anno prima, quando il mondo aveva rischiato la guOrrore, sterminio, erra per la Cecoslovacchia, la questione dei Sudeti. Hitler voleva la guerra e anzi avrebbe preferito che nessuno si mettesse per offrirgli tutto quello che voleva già nel 1938, quando la conferenza di Monaco aveva evitato all’ultimo secondo, in settembre, lo scoppio di una guerra mondiale. «Spero che stavolta nessun porco arrivi a offrire soluzioni diverse dalla guerra», disse franco e brutale ai gerarchi: il Fuhrer voleva una schiacciante vittoria militare, anche «per una questione di prestigio» come spiegò all’amico e alleato italiano Mussolini. Ma non considerava affatto improbabile una ennesima resa senza combattere delle potenze occidentali.

Non fu per paura dell’intervento anglo- francese che l’attacco fu rinviato all’ultimissimo momento, quando le truppe erano già in marcia, la notte del 25 agosto. Fu perché, a sorpresa, l’ambasciatore italiano Attolico annunciò al dittatore alleato che l’Italia fascista non era in grado di onorare il ‘ Patto d’acciaio’ firmato il 22 maggio tra Italia e Germania. L’Italia sarebbe dovuta entrare in guerra subito, a fianco dei tedeschi. Non era militarmente pronta, spiegò Attolico per conto del Duce. Hitler la prese malissimo. «Gli italiani fanno come nel 1914», si lasciò sfuggire nel corso di una delle abituali sfuriate. Ma non se la prese mai con Mussolini. Addossò la colpa del voltafaccia ai Savoia, che detestava, e rinviò di una settimana l’attacco. Non perché sperasse in una soluzione pacifica. Piuttosto per verificare se fosse possibile offrire all’Italia gli aiuti necessari per entrare subito in guerra.

Erano le ultime frenetiche e concitate giornate di pace. Il 1939 era stato sino a quel momento solo la lunga discesa verso una guerra inevitabile. Il 30 gennaio, sesto anniversario della presa del potere, Hitler aveva pronunciato uno dei suoi discorsi più sinistri e importante. «Se la finanza ebraica riuscirà a provocare una guerra contro la Germania il risultato sarà la distruzione della razza ebraica in Europa». Poi il Fuhrer aveva ricordato che altre volte le sue parole non erano state prese sul serio, erano state accolte con risate ma chi rideva allora aveva dovuto presto smettere. Negli anni successivi avrebbe ricordato più volte quel discorso che costituisce l’annuncio e la promessa della Shoah.

Il 15 marzo la Germania aveva occupato l’ultimo lembo di Cecoslovacchia ancora libero. La Cecoslovacchia, venduta dai suoi stessi alleati a Monaco, non esisteva più. Il primo aprile si era conclusa con la vittoria del generale Franco la guerra di Spagna, ‘ prova generale’ della guerra mondiale. Una settimana dopo l’Italia occupava l’Albania. In maggio i due dittatori fascisti avevano firmato il patto d’acciaio ma già da marzo Hitler aveva annunciato ai suoi generali la decisione di occupare la Polonia. Senza incontrare più alcuna resistenza. L’anno precedente l’esercito aveva ancora criticato, senza scoprirsi troppo, la scelta di rischiare il conflitto per la Cecoslovacchia. A Monaco, se la conferenza non fosse finita con la resa travestita da pace voluta dell’inglese Chamberlain e dal francese Daladier, era già pronto il piano per un possibile colpo di Stato. Pochi mesi dopo tutto era cambiato. L’esercito si era definitivamente consegnato, per convinzione o per rassegnazione, a Hitler. La stessa popolazione tedesca era molto più ostile ai polacchi di quanto non fosse stata un anno prima ai cecoslovacchi.

Ma quando all’alba del primo settembre la guerra contro la Polonia cominciò davvero e quando, due giorni dopo, Francia e Gran Bretagna entrarono in guerra, la reazione del polo tedesco fu ben diversa da quella del 1914, quando tutti avevano festeggiato la guerra riempiendo piazze e strade per salutare i soldati in marcia. Stavolta, al contrario, le strade restarono vuote, una plumbea preoccupazione salutò i militari che andavano al fronte. Hitler doveva la sua popolarità all’aver sempre vinto senza mai combattere, dalla rioccupazione delle Renania sino alla distruzione della Cecoslovacchia. I tedeschi avevano creduto che sarebbe andata allo stesso modo. Rimasero smarriti di fronte alla scoperta che la guerra cominciava per davvero.

Sarebbe potuta finire meno di due mesi dopo. L’ 8 novembre, anniversario del fallito pusch nazista del 1923, un attentato nella birreria di Monaco dalla quale era partito il putsch andò a un pelo dall’uccidere il Fuhrer. A sorpresa Hitler aveva lasciato la sala in anticipo. Ci furono 8 mori e 63 feriti, ma la vittima designata si salvò. La Polonia era già stata battuta. La guerra reale con le sue decine di milioni di vittime sarebbe arrivata presto.

 

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