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Tutti contro Scalfarotto, colpevole di garantismo

Va a trovare i due giovani statunitensi ed è subito bufera. Non solo Salvini, il renziano ha dovuto soprattutto subire il fuoco amico del Nazareno. Zingaretti il primo a scaricarlo: «iniziativa personale»
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Dopo le polemiche per il trattamento riservato a uno dei due imputati accusati per l’uccisione di Mario Cerciello Rega, sarebbe stato auspicabile che qualcuno dei parlamentari italiani fosse andato in carcere a verificare le condizioni dei due giovani americani. Ma Ivan Scalfarotto che lo ha fatto, è stato travolto dalle polemiche e dall’odio social fatto di insulti e persone che gli augurano di morire. Chi osa difendere lo Stato di diritto, sempre più spesso, viene sottoposto a sua volta alla gogna, processato per avere dato fastidio al senso comune. Il deputato dem, che viene da quasi un anno di coordinamento dei comitati civici renziani, non si è sognato minimamente di sottovalutare l’omicidio, ha invece compiuto un gesto che rientra nei suoi diritti/ doveri di parlamentare. A dare il via alle critiche e agli insulti, dopo aver condiviso il post di Scalfarotto, è stato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che con un tono poco istituzionale ha commentato: «Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato… Non ho parole!!! Pazzesco». Salvini però si sa che cosa pensi e si sa come interagisca con la sensibilità popolare su questi temi.

Il vero attacco contro Scalfarotto è stato quello del fuoco amico. Le critiche più negative sono arrivate proprio dal Pd.  Carlo Calenda, facendo riferimento anche all’incarico assunto dall’ex sottosegretario dem Sandro Gozi nel governo francese, ha commentato: «È il caldo. Spero che sia il caldo. Perché tra Gozi ieri e Scalfarotto oggi vi giuro che stiamo raggiungendo vette di stupidità mai prima conquistate nella politica contemporanea». Calenda è un battitore libero e da lui ce lo si aspetta. Diverso il caso della deputata Alessia Morani, in genere poco incline alla polemica, che questa volta però si dissocia e attacca l’ispezione a Regina Coeli: «Lo dico con sincerità: non condivido la visita in carcere al presunto omicida di Cerciello del collega Scalfarotto. Ho fatto tante battaglie con Ivan. Ma questa volta non sono d’accordo. Proprio no». Se Salvini va dritto per la sua strada, il Pd sembra aver difficoltà a trovare la sua e continua a inseguire l’avversario politico, anche su un tema così delicato come quello della giustizia. E Nicola Zingaretti, spesso silente, questa volta ha preso la parola per segnare le distanze: «Quella di Ivan Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare, ma ripeto è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd». Emanuele Fiano, anche lui critico, ha però difeso «Ivan dagli insulti social».

È nel web infatti che sono state scritte le offese e le minacce peggiori. È lo stesso per gli avvocati che difendono gli imputati, per i giornalisti che sollevano dubbi e non emettono sentenze, per i giudici che assolvono. È questo il clima del Paese, un clima alimentato ad hoc, che rischia di travolgere principi finora cardine del nostro sistema di garanzie. Il Pd ha perso un’occasione importante: quella di stare vicino al proprio deputato facendo del garantismo e del rispetto della legge la propria bandiera. Non è innocentismo, ma stato di diritto. Invece, come su molti altri temi, il partito democratico di Zingaretti procede indeciso, incapace di ritagliarsi un profilo autonomo dal centrodestra. Timoroso di apparire troppo radicale, ondeggia tra posizioni spesso antitetiche.

Oggi il sentire popolare va da un’altra parte, ma sarebbe compito di chi costruisce un’alternativa provare a invertire la tendenza. Non è facile. Forse è impossibile. Ma non appoggiare Scalfarotto alla fine è un doppio boomerang: perché si dà l’idea di un partito litigioso e perché non si differenzia dal centrodestra. Se l’obiettivo è far concorrenza a Salvini sul suo terreno, è una partita persa in partenza.

Scalfarotto, però, non ci sta e dopo le polemiche ribadisce con un lungo post su Facebook la sua scelta: «È stata un’ispezione, non una visita; la differenza tra barbarie e civiltà sta in un principio che risale al 1200 e si chiama habeas corpus… Penso – sottolinea – che chi ha responsabilità pubbliche non debba accodarsi all’opinione pubblica specie quando la politica ne sollecita le reazioni più emotive». Poi la stoccata al “suo” segretario Zingaretti: «È la mia posizione personale, non del Pd».

 

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