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Dal Cermis ad Amanda, scontri di civiltà giuridica tra Italia e Usa

Gli scontri tra Roma e Washington. L'inchiesta sulla morte di Meredith fu una saga delle scorretezze. La studentessa americana non fu assistita da un difensore e gli interrogatori non furono registrati
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I furbissimi hanno mangiato la foglia nel giro di pochi nanosecondi. Quella foto del sospettato imberbe e yankee con gli occhi bendati e ammanettato quasi neanche aveva fatto in tempo ad occupare siti e social e già le volpi mitragliavano sull’intera rete il loro sospetto, scambiandolo ovviamente per incontrovertibile realtà.

Qui c’è puzza di complotto, grava l’ombra dei servizi segreti, si subodora la gelida regia. Tutto combinato apposta, la benda e la foto e la subdola diffusione della stessa per garantire al criminale dotato di passaporto a stelle strisce l’immunità. Non c’è da dubitare. Il fatto è chiaro, evidente, palese.

L’eventualità, in effetti c’è sul serio. Non si può escludere che, sulla base di quella foto, Washington revochi in dubbio la possibilità che i suoi cittadini pur rei confessi, almeno uno, subiscano nella penisola un processo giusto e non viziato e chiedano pertanto l’estradizione. Ma di qui a immaginare il diabolico piano, messo in opera, ci corre parecchia e sbrigliata fantasia. Insaporita con dose abbondante di paranoia e sindrome da complotto.

I due precedenti che da 48 ore rimbalzano nell’etere, il Cermis e il caso Amanda Knox, col caso in questione o c’entrano poco oppure indicano una realtà poco consona all’idea di complotto.

La strage del Cermis
Il caso del Cermis fu un esempio clamoroso e scandaloso di ingiustizia, ma l’Italia non avrebbe potuto far niente per impedirlo. Il 3 febbraio 1998 un aereo militare americano in forza al corpo dei marines, volando a un’altezza molto inferiore al consentito, tranciò di netto il cavo della funivia del Cermis. Le vittime furono 20, 3 delle quali italiane. Gli aviatori volavano bassi per filmare le bellezze naturali e quel video, che avrebbe costituito prova a loro carico, non esitarono a distruggerlo dopo il fattaccio. Anche l’aereo sarebbe stato smontato e ripulito a dovere se la procura non avesse sequestrato il velivolo, nella base di Aviano, giusto un soffio prima che ogni prova venisse cancellata.

L’equipaggio, composto da quattro militari, faceva però parte delle forze Nato e quindi, in base alla convenzione di Londra del 19 giugno 1951 doveva essere giudicato nel proprio Paese, dunque negli Usa. Dei quattro solo il pilota e comandante, Richard Ashby, e il navigatore, Jospeh Schweitzer, furono inquisiti, il primo per omicidio preterintenzionale, il secondo per omicidio colposo. Si difesero dicendo di non essere a conoscenza dei limiti di velocità, che avevano abbondantemente superato, e di non aver potuto valutare l’altezza perché l’altimetro era rotto. Furono assolti entrambi. La condanna, minima, ci fu invece per la distruzione del video: intralcio alla giustizia. Costò a entrambi la cacciata dal corpo e furono tutti e due degradati. Solo il comandante fu anche condannato a sei mesi di prigione. Ne scontò 4.

Il caso Knox
La vicenda del Cermis fu un caso conclamato ed eclatante di ingiustizia ma l’Italia, con quel trattato di mezzo, non avrebbe potuto fare niente per impedirlo. Il caso di Amanda Knox, in compenso, è di segno opposto. E’ in effetti vero che rischia di condizionare la richiesta americana di estradizione e che costituisce un precedente. Tutto a carico della giustizia italiana.

Amanda Knox era coinquilina dell’inglese Meredith Kercher, studentessa uccisa con una coltellata alla gola a Perugia, dove studiava, il primo novembre 2007. La vicneda snodatasi lungo 5 processi e conclusa con la sentenza di Cassazione che, il 27 marzo 2015, ha disposto l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito senza rinvio, è tra le più complesse. Coinvolge, oltre ai due imputati assolti, l’ivoriano Rudy Guede, unico condannato per l’omicidio, e il congolese Patrick Lumumba, accusato ingiustamente dalla stessa Amanda ( con ritrattazione il giorno successivo).

L’inchiesta fu una specie di enciclopedia di scorrettezze. Amanda non era assistita da un difensore e gli interrogatori non furono registrati, come si dovrebbe fare solo nei casi di terrorismo e mafia anche se nei fatti viene fatto quasi sempre purché il magistrato decida di considerare le testimonianze valide. Non ci fu interprete, anche se la Knox parlava poco l’italiano.

Le indagini genetiche, secondo la sentenza definitiva furono «acquisite in violazione delle regole consacrate dai protocolli internazionali», gli «elementi probatori», l’arma del delitto e un gancetto di reggiseno con il dna di Sollecito furono repertati con enorme ritardo e conservati senza alcuna precauzione.

La sentenza di assoluzione della Knox nella causa per calunnia nei confronti di Lumumba, poi, è un aperto j’accuse contro i metodi di interrogatorio: Non ci si è resi conto che l’unico attento approccio richiesto verso la Knox, anzi, imposto, doveva essere quello di informare l’indagata dei suoi diritti di difesa, dichiarati inviolabili, non a caso, dalla nostra Costituzione. Era richiesto solo il rispetto delle regole che governano le indagini ma tali limiti sono stati travalicati determinando contaminazioni delle procedure che hanno portato alla loro invalidità. Le scelte investigative hanno indotto nell’imputata il convincimento di aver subìto una pianificata azione investigativa vessatoria e ingiusta’.

Se si tiene conto dell’estrema importanza che il sistema giudiziario americano assegna alle questioni in apparenza ‘ formali’, appunto quelle trasgredite una dopo l’altra nel caso di Amanda Knox, si capisce al volo perché in effetti quel fattaccio, un’onta per la giustizia italiana, rischi di essere impugnato a proposito dei due imputati per l’omicidio Rega. Senza alcun bisogno di scomodare complotti e servizi segreti.

 

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