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Roma vista da un garage. L’omaggio di Jeff Bark

La mostra del grande fotografo statunitense, Jeff Bark, al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 28 luglio
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Ultimi giorni per visitare la mostra Paradise Garage del fotografo statunitense Jeff Bark, fino al 28 luglio presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma. Curata da Alessio de’Navasques, la prima personale italiana dell’artista, originario del Minnesota ma attualmente residente a New York, riunisce più di cinquanta opere inedite dedicate alla Città Eterna, espressioni compiute di suggestioni che risalgono a oltre due anni fa, quando, visitando la capitale italiana, principiò a concepire un progetto in bilico tra realtà e finzione, profondamente incardinato nella storia dell’arte europea, italiana e fiamminga.

Nello spazio limitato del suo garage nell’Upstate New York, dove ha realizzato anche gli scatti delle precedenti Golden Boy e California, Bark allestisce set con cura meticolosa – «passo molte ore a spostare oggetti, ci vuole tanto tempo per arrivare all’immagine perfetta» –, in cui materie dalle più diverse provenienze si saldano in costellazioni immaginifiche oniriche e accattivanti. «Cerco – confessa il fotografo – di trovare un’armonia tra tutti questi oggetti».

Accade così che ogni opera, per quanto conchiusa in sé, si apra a un’ulteriorità di senso che la connette con le altre, frammenti disparati di una narrazione più ampia: «tutte queste immagini – evidenzia – hanno un significato più ampio se viste insieme, racchiudono una storia».

Composizioni allegoriche e stranianti sorgono così da accostamenti inconsueti e personali, singolari wunderkammer raccontano la storia del tempo in parole barocche, interni e nature morte si tingono di metafisica e Rinascimento. Il classico non può disgiungersi dall’incidenza dell’attuale: «se c’è l’elemento classico aggiungo oggetti moderni per differenziare».

L’enigma traluce dalla solenne imperturbabilità di figure umane – «ora preferisco fotografare persone vere e non modelli, in quanto molto più interessanti» – e oggetti – in parte souvenir rinvenuti nei flea market americani –, colti in una vitale atemporalità. «Queste piante, – scandisce, osservando una delle sue composizioni – tutte assolutamente finte, sembrano vive, più animate delle persone, dotate di un’evidente energia».

Le monumentali opere di Jeff Bark – presenti in celebri collezioni internazionali tra cui il North Carolina Museum of Art, il Wilson Center of Photography e il 21 Century Museum, oltre che in collettive come No Fashion, Please!, recentemente allestita presso la Kunsthalle di Vienna, dove figurano insieme a quelle di altri grandi fotografi della caratura di Erwin Olaf, Bruce Weber, Sophia Wallace e Viviane Sassen – rivelano un’estetica sensuale e onirica e una grande padronanza tecnica, compiutamente artigianale: «non c’è niente di digitale, – rivela – in questa artificiosità».

Sospese tra il racconto dell’esperienza umana collettiva di un maestro come Jacques- Louis David e la tradizione della natura morta che trova ascendenze nella pittura barocca italiana, la loro principale ambizione sembra essere quella di cogliere la bellezza intrinseca del mondo circostante. «Voglio fare fotografie – confida a tal riguardo l’artista – che tirino fuori la bellezza.

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