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Foti: «Non sono un mostro, ho solo cercato di riavvicinare i ragazzi alle loro madri»

Intervista allo psicoterapeuta presidente della “Hansel&Gretel”. Che ora è anche accusato di maltrattamenti sulla moglie e i figli
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L’ultima novità dell’inchiesta “Angeli e Demoni” Claudio Foti l’apprende poco prima dell’intervista, dal tg. «Dicono che sono indagato per maltrattamenti su mia moglie», dice confuso.

Tutto riconduce ad un’intercettazione, che il gip utilizza in ordinanza per descrivere la personalità dello psicoterapeuta direttore della onlus torinese “Hansel& Gretel”, coinvolta nell’inchiesta di Reggio Emilia. Ovvero «violenta e impositiva», afferma il giudice, analizzando quella telefonata in cui la donna – anche lei ai domiciliari nell’ambito della stessa inchiesta – si sfogava con delle amiche.

Ma lui si difende, respinge le accuse, e si dice certo di dimostrare la sua innocenza. Con la storia degli affidi non c’entra nulla, giura, mentre quelle con la moglie erano le liti di una coppia in via di separazione. E la verità, secondo Foti, che dal 18 luglio ha il solo obbligo di dimora a Pinerolo, è una sola: «ho costruito la mia rispettabilità con 30 anni di carriera. Ma a qualcuno, forse, non sta bene. E questa nuova indagine è forse la risposta alla mia scarcerazione» .

Cos’è questa storia dei maltrattamenti?

L’ho sentita al tg. Mia moglie, parlando con un’amica, si lamentava del fatto che io trattassi male lei e i bambini. Parlava di un episodio in cui avevo rotto dei piatti. Ci stiamo separando, con qualche conflittualità, e lo facciamo usiamo termini diversi dagli insulti, ma più vicini al nostro mondo. Ma questa lite è stata spettacolarizzata. Si usa tutto, anche un normale conflitto coniugale, per distruggermi. Conosco mia moglie, sono sicuro che tutto questo finirà nel nulla.

Sua moglie ha sporto mai denuncia contro di lei?

Assolutamente no. È stata la procura di Reggio Emilia a inviare gli atti, per competenza, alla procura di Torino. Ed è lei stessa ad ammettere pacificamente che entrambi abbiamo fatto degli errori nella nostra storia. Io mi sento attaccato, la leggo come una risposta al fatto che il Tdl abbia annullato il capo di imputazione più infamante.

Ovvero l’accusa di aver manipolato una minorenne…

Non c’è manipolazione alcuna. La madre stessa, che in sede di sit di- ce che la figlia stava benissimo, nella prima seduta con me aveva parlato di un triplice abuso e aveva descritto in modo estremamente preciso le sofferenze che la ragazza provava prima della psicoterapia, sofferenze che io ho cercato di curare. Le registrazioni dimostrano anche i miglioramenti, seduta dopo seduta. Con quei nastri ho dimostrato che non c’è stata alcuna manipolazione.

E la frode processuale?

Io non ho mai sentito parlare di alcun processo e in quelle registrazioni non c’è un solo accenno a procedimenti civili o penali. Io lavoro sul paziente e sui suoi problemi. E non sono mai stato chiamato a testimoniare da qualche parte.

La procura contesta le accuse sulla base di una seduta, dalla quale emergerebbe una manipolazione. Come spiega quel nastro?

Il reato sarebbe stato compiuto tra il 2016 e il 2017, io ho portato 15 registrazioni del 2016. Rispetto al periodo in cui avrei commesso il reato non ci sono elementi di prova: gli investigatori Si sono basati su quell’unica seduta registrata nel 2018 ed è chiaro il metodo di lavoro si desume dal complesso della terapia. Io ho lavorato sul materiale che mi hanno portato la madre e la paziente. I video sono stati un colpo di fortuna per me.

Eppure, nonostante anche il Riesame abbia negato la gravità indiziaria, l’opinione pubblica è ancora contro di lei.

Perché c’è molta confusione. Sono accusato, nel processo mediatico, di aver organizzato un giro di affidamenti retribuiti. Ma io sono uno psicoterapeuta, sono esterno al servizio pubblico, non mi occupo di affidamenti. Mi imputano qualcosa che non appartiene al mio ruolo. E non potevo incidere in quelle scelte, perché non competono me e non me ne viene in tasca nulla.

E perché crede ci sia tutto questo odio preventivo?

Molti di coloro che mi hanno espresso odio, minacce di morte, cose terribile, vogliono bene ai bambini e sono indignati, giustamente, nei confronti della violenza sui più deboli. Ma hanno un piccolo problema: hanno già fatto il processo e si è concluso con la condanna a morte. Io dico a queste persone che il processo non si è ancora celebrato e dimostreremo che abbiamo curato correttamente dei bambini sessualmente abusati, su cui c’era una diagnosi di trauma sessuale precedente all’inizio della terapia.

Cioè?

Una diagnosi psicosociale, fatta da psicologi, assistenti sociali ed educatori che avevano già raccolto tanti elementi. Una diagnosi di trauma sessuale non nasce dal fatto che uno è fissato con l’abuso e prende un indicatore avulso dal contesto costruendo, su un sintomo isolato, una diagnosi. Questa è una bufala. Le diagnosi da cui le terapie sono partite – e lo dimostreremo – sono una raccolta di tantissimi elementi, tra cui le dichiarazioni dei bambini, i sintomi delle loro sofferenze, le loro confidenze non solo alla rete degli operatori ma anche, a seconda dei casi, all’insegnante, ai familiari, al genitore affidatario. Dichiarazioni credibili, coerenti e ripetute.

Che idea si è fatto degli altri casi?

Posso parlare solo dei terapeuti del centro studi Hansel& Gretel, perché conosco solo il loro lavoro. Il loro problema è che non hanno delle videoregistrazioni, perché non lo si può sempre fare. Non è facile mettere i bambini a parlare di abusi davanti ad una telecamera. Ed escludo che la selezione della trascrizione delle sedute corrisponda allo stile di lavoro di questi colleghi, non riconosco quello stile inquisitoriale. C’è sempre empatia e non si fanno mai tre domande di fila. Qualsiasi tipo di trascrizione non rende l’idea di un colloquio in cui circolano emozioni.

Condivide l’allontanamento dei minori dalle famiglie?

Io lavoro spesso e volentieri mettendo madre e figlia insieme. Sono estreme e penosissime le occasioni in cui consiglio di stravolgere il nucleo familiare, la più straordinaria risorsa formativa. L’allontanamento è una situazione estrema.

Lei è accusato anche di concorso in abuso d’ufficio.

Da 30 anni, con il centro studio, lavoriamo con l’ente pubblico e non ci siamo mai occupati di come lo stesso definisse le modalità di affidamento. Diamo per scontato che lo faccia seguendo le regole. Si parla di ingenti somme guadagnate tramite questi incarichi: si tratta di 135 euro a seduta che è la cifra che io, che ho 30 anni di esperienza, prendo a Torino, senza alcuno spostamento. In questo dovevo andare a Reggio Emilia, per 600 euro massimo a giornata, per due giornate al mese. Beh, in altre zone d’Italia mi pagano il doppio o il triplo e ci mettono anche il rimborso spese.

Com’è stato il giorno dell’arresto?

Mi trovavo in vacanza, sulla Costiera Amalfitana. Non ho capito niente per un giorno o due, non mi sono reso conto di cosa si stava scatendando contro di me e contro il centro studi.

Per molti questo caso rappresenta una conferma dell’inchiesta “Veleno”, di Pablo Trincia.

Con quella storia io non c’entro nulla, non ero presente in quella vicenda 20 anni fa. L’unica contestazione è che ho fatto una lettera aperta, firmata da 410 persone, contro quella ricostruzione. Non credo si possa contestare la libertà di pensiero. E devo dire che quell’inchiesta non rende giustizia alla vittime, che continuano ad essere fedeli e coerenti alle dichiarazioni che allora vennero prese sul serio dai giudici e in base a cui, con tre gradi di giudizio, si pervenne ad una sentenza di condanna. C’è un comitato di vittime, di cui Trincia non si è occupato, e continuano a ricordare i traumi subiti. Vittime che non hanno mai chiesto dei loro genitori naturali e non sono andati ai loro funerali.

 

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